Live Sicilia

mafia

La Boccassini e le stragi del 1992
"Dal '94 dubbi su Scarantino"


Il procuratore aggiunto sta deponendo al quarto processo per la strage di Via D'Amelio, in corso a Caltanissetta.

VOTA
0/5
0 voti

boccassini, caltanissetta, mafia, scarantino, spatuzza, strage via D'Amelio, Cronaca
CALTANISSETTA - "Quando arrivai a Caltanissetta da parte di tutti c'erano perplessità rispetto alla caratura del personaggio Vincenzo Scarantino. Ricordo perfettamente che si trattava di dubbi nutriti non solo dai magistrati ma anche dagli investigatori". Lo ha detto il procuratore aggiunto Ilda Boccassini che sta deponendo al quarto processo per la strage di Via D'Amelio, in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino, in corso davanti alla corte d'assise di Caltanissetta, riferendosi all'ex collaboratore di giustizia. Al dibattimento sono imputati di strage i boss Salvino Madonia e Vittorio Tutino e di calunnia i falsi pentiti Calogero Pulci, Vincenzo Scarantino e Francesco Andriotta, autori di un clamoroso depistaggio che è costato la condanna all'ergastolo a sette innocenti. "Scarantino - ha raccontato la Boccassini che tra il '92 e il 94 fu applicata alla Procura di Caltanissetta per indagare sugli eccidi di Capaci e via D'Amelio - dal carcere faceva arrivare messaggi tramite la polizia penitenziaria. Accennava alla possibilità di parlare, poi si tirava indietro. Oscillava. Fino a giugno quando ci fu la ciliegina finale, decise di collaborare e andammo a Pianosa a sentirlo".

"Per me la prova regina che Scarantino era un mentitore si è avuta proprio quando ha cominciato a collaborare. La sua collaborazione mi ha convinto che eravamo davanti a uno che raccontava 'fregnacce' pericolose perché coinvolgeva anche importanti collaboratori di giustizia".

Scarantino è tra gli imputati del processo ed è accusato di calunnia: avrebbe depistato le indagini insieme ad altri pentiti. Boccassini, il 12 ottobre del 1994, prima di lasciare Caltanissetta scrisse una lettera all'allora capo della Procura Giovanni Tinebra, insieme al collega Roberto Sajeva, in cui esprimeva pesantissimi dubbi sull'attendibilità di Scarantino. Il magistrato fece presenti le lacune e le falsità presenti nelle parole del falso pentito che, parlando della riunione preparatoria dell'attentato a Borsellino, aveva raccontato della presenza di mafiosi poi pentiti come Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, non riuscendo però a riconoscerli in foto. "Dissi che andava sospeso tutto - ha aggiunto - che dovevamo verificare, avvisare i colleghi di Palermo, fare i confronti e ricominciare con saggezza umiltà ed equilibrio, doti che dovrebbero avere i magistrati". Ma le parole della Boccassini caddero nel vuoto, né venne convocata, prima del suo trasferimento a Milano, una riunione della direzione antimafia di Caltanissetta per parlare dei suoi dubbi. ''Il mio dovere - ha detto riferendosi alla lettera inviata a Tinebra - era mettere per iscritto che si stavano imbarcando in una strada pericolosa". Nel corso della deposizione il magistrato ha più volte ribadito che "è il pubblico ministero il dominus delle indagini", "quindi se si è andati avanti per quella strada - ha concluso - gli altri colleghi avranno ritenuto di farlo sono i pm che a fronte di quelle cose hanno deciso di andare avanti". "Il primo interrogatorio di Scarantino a Pianosa lo facemmo io e il collega Carmelo Petralia, poi la maggior parte degli altri furono fatti dalla dottoressa Palma e dal dottor Di Matteo", ha precisato Boccassini.

La Boccassini ha parlato anche del ruolo del pentito Spatuzza: "Tramite l'analisi dei cellulari già nel giugno del 1994 uscì fuori l'utenza di Gaspare Spatuzza nelle indagini sulla strage di via D'Amelio. Fino ad allora c'erano collegamenti che potevano portare allo spunto investigativo che ora si persegue. Scoprimmo - ha aggiunto - che il 19 luglio del '92 (giorno della morte di Borsellino ndr) c'erano telefonate tra Gian Battista Ferrante e Fifetto Cannella e da lì si risaliva a Spatuzza".

Spatuzza, che ha cominciato a collaborare con la giustizia nel 2008, ha riscritto la storia della strage di via D'Amelio svelando il depistaggio, che coinvolge i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta, Calogero Pulci, tra gli imputati del processo, sulla fase esecutiva dell'attentato. Grazie alla collaborazione del pentito, che si è autoaccusato della strage in cui fu ucciso Borsellino, è stato possibile ricostruire le fasi preparatorie dell'eccidio e scagionare i sette innocenti accusati da Scarantino, Pulci e Andriotta.