Dall'emergenza all'integrazione |Europarlamentari a confronto - Live Sicilia

Dall’emergenza all’integrazione |Europarlamentari a confronto

L’aula magna del Monastero dei Benedettini ha ospitato un convegno sull’immigrazione promosso dal Parlamento europeo per fare il punto sul fenomeno e trovare risposte politiche.

CATANIA – “Accoglienza e condivisione, dall’emergenza all’integrazione”. L’aula magna del Monastero dei Benedettini ha ospitato un convegno sull’immigrazione promosso dal Parlamento europeo per fare il punto sul fenomeno e trovare risposte politiche. A pochi giorni dalla fine dell’operazione italiana Mare Nostrum, l’ufficio d’informazione italiano del parlamento europeo si interroga sui temi, affrontati durante tre sessioni, della “gestione dell’emergenza, del soccorso e della prima accoglienza” dei migranti, del ruolo degli Stati e delle soluzioni politiche a livello nazionale e europeo. Il rettore dell’Università di Catania, Giacomo Pignataro, ha fatto gli onori di casa augurandosi un dibattito complesso che non ceda alle lusinghe delle semplificazioni di segno opposto, che spesso animano i momenti di confronto sul tema.

L’ospite della prima sessione, il giornalista Francesco Viviano, ha introdotto l’argomento della gestione dell’accoglienza dei migranti, ripercorrendo i venticinque anni di lavoro sul campo da cronista fino alla nascita di Triton (“un passo indietro rispetto a Mare Nostrum”). La missione coordinata da Frontex (l’agenzia europea per il controllo dei confini), finanziata a livello comunitario con un dispendio minore di risorse rispetto all’operazione italiana terminata a fine ottobre, non si occuperà in termini specifici di soccorso (da fornire obbligatoriamente in determinati casi), ma di pattugliare le frontiere fino a trenta miglia dalle coste italiane. “L’unione europea deve attuare una politica dell’accoglienza concertata con i singoli stati. In quest’ottica Frontex non può rimanere solo un ufficio burocratico ma deve essere realmente operativo”, ha detto il sindaco Enzo Bianco.

In attesa di valutare i risultati dell’operazione, i parlamentari hanno tentato di fare un bilancio della missione italiana. Con esiti inevitabilmente divergenti. E’ soprattutto una la voce fuori dal coro, quella di Salavo Pogliese di Forza Italia. “Purtroppo è evidente il fallimento dell’operazione Mare Nostrum, nata per nobili intenti anche sugli effetti sostanziali ed emozionali della strage di Lampedusa, ma che invece è stata fattore moltiplicatore degli sbarchi – 823 per cento in più (come dice il segretario di Frontex) – che hanno sì innalzato il numero dei salvataggi ma anche dei morti in mare, passati dai 600 del 2013 ai 3000 del 2014 e si deve solo alla professionalità e all’abnegazione delle forze militari italiane se il bilancio non sia ancora più tragico”.

C’è poi l’aspetto delle “quote” di migranti da ospitare nei vari paesi europei. Pogliese dice di volersi rifare a un principio di tipo “solidaristico” tra gli stati che miri a rivedere “Dublino 3”. “L’Europa deve oggi farsi carico della modifica degli articoli della Convenzione Dublino 3 sul diritto di asilo, convenzione ormai anacronistica e superata dai fatti”, spiega il parlamentare. “Oggi le incombenze non solo burocratiche ma anche di assistenza sono a carico dello stato presso il quale l’immigrato irregolare chiede l’asilo”. “Bisogna, invece, fare in modo di ripartire tra le nazioni queste incombenze, anche in base all’intendimento del richiedente, ad esempio, l’Italia è spesso intesa come porta del continente ma non come destinazione”, continua Pogliese. L’ipotesi di rivedere la convenzione raccoglie il via libera del parlamentare del Ncd, Giovanni La Via.

Di segno diverso sono le considerazioni del parlamentare su come vada impostato l’intervento politico complessivo. La premessa del parlamentare è di trovare “una soluzione di lungo periodo”. Il riferimento è a Mare Nostrum, “un intervento tampone nato da un momento di crisi acuta e difficoltà”. Lo stesso vale per Triton, “un passo nella direzione giusta, ma ci aspettavamo di più”. La Via rassicura le organizzazioni umanitarie che storcono il naso sulla missione assicurando che “nessuna imbarcazione, anche oltre le trenta miglia dalle coste italiane, potrà mai tirarsi indietro e non intervenire” in situazioni di pericolo. Insomma, “il diritto all’assistenza in mare” è garantito. Ciò detto, il parlamentare dice a chiare lettere che l’unico modo per porre fine alle tragedie del mare è “lavorare nei paesi di provenienza” dei migranti attraverso “accordi bilaterali”, creando centri di accoglienza in loco in grado di conferire lo status di rifugiato “per assicurare il trasferimento di chi ha diritto secondo le norme internazionali all’accoglienza con mezzi sicuri: un traghetto o un ponte aereo, mai più gommoni”.

Una proposta al momento di difficile realizzazione come ha ricordato la deputata Pd Michela Giuffrida che pure nel lungo periodo immagina le ambasciate strumenti utili per concedere il diritto d’asilo nei paesi d’origine. “In questo momento, però, c’è problema oggettivo considerando che non ci sono interlocuzioni diplomatiche e istituzionali con molti paesi della sponda frontaliera”.

Emblematico è il caso libico. Giuffrida, che pure concorda con i colleghi di centrodestra sull’opportunità di rivedere Dublino 3, ricorda le numerose “lacune” che attanagliano la modalità di gestione isolana delle richieste d’asilo politico. Le difficoltà trovano origine nelle “condizioni prodotte dalla disperazione di non avere risorse e forze in termini umani”. “Servono un tavolo regionale, che coordini i vari attori e non lasci sole le prefetture, una legge sull’immigrazione e degli strumenti d’inserimento sociale per contrastare la tratta degli esseri umani”.

C’è poi il problema dei tempi di richiesta d’asilo sempre più lunghi nonostante “il potenziamento delle commissioni”. “Il numero è ancora insufficiente perché i flussi che registriamo sono in aumento, chi arriva qui non può attendere sei mesi per vedersi riconosciuto il diritto di asilo”, spiega Giuffrida. Proposte politiche a parte c’è un aspetto, esposto dall’istituto Piepoli (presentato durante il convegno) da tenere in considerazione: il pensiero dei cittadini italiani. “L’immigrazione clandestina è percepita come una delle sfide più importanti per la sicurezza: in Italia la ritiene tale un cittadino su quattro, il doppio rispetto al dato europeo”.

Ma il dato più preoccupante riguarda la crisi economica (il 44% contro il 33% del dato medio in Europa). Dallo studio emerge una valutazione positiva rispetto alla gestione del fenomeno: “Per il 29% lo Stato lo ha fatto con senso di responsabilità, mentre per il 27% non lo ha fatto efficacemente; per il 23% sono stati fatti molti errori e per il 21% il Governo ha fatto tutto il possibile”. C’è però un dato considerato “positivo” dal 36% degli italiani e “negativo” dal 58%: la stima che fra trent’anni nel nostro paese vivranno quindici milioni di stranieri. Il campione che giudica negativo il dato è costituito per il 32% da elettori di centrodestra, per il 24% del M5s e per il 13% del centrosinistra.

Sarebbero soprattutto i timori legati alla perdita del lavoro e delle tradizioni a impensierire gli italiani. Il 6% del campione “pensa anche che gli stranieri potrebbero portare malattie da tempo debellate”, cosa smentita dai responsabili di Emergency durante il convegno. “Tra le opinioni positive sul fenomeno migratorio viene rilevato l’ arricchimento culturale che deriverebbe da una società sempre più multirazziale, fonte anche di accrescimento soprattutto per le giovani generazioni”. Un dato in controtendenza riguarda gli abitanti del nordest in termini positivi rispetto a questa prospettiva e del Centro Italia in termini negativi. “Tra gli elettori del centrosinistra è quasi uno su due a vedere la prospettiva in positivo, nell’elettorato di centrodestra uno su quattro”. Riguardo all’operazione Mare Nostrum: “il 49% del campione le approva mentre il 44% è contraria, motivando la valutazione negativa col fatto che l’Italia non ha più la forza di accogliere tutti quelli che arrivano”


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