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"Ricettazione internazionale"
Restituiti 5 mila reperti storici



Si tratta di opere risalenti al periodo fra l'VIII secolo avanti Cristo e il terzo dopo Cristo. Sono stati confiscati a un intermediario di Castelvetrano.

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ROMA - Questa mattina, nelle sale delle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano, i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, al termine di una lunghissima e complessa attività investigativa, coordinata dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo della procura di Roma, restituiscono, a titolo definitivo, al patrimonio culturale nazionale più di cinquemila eccezionali reperti archeologici provenienti da scavi clandestini perpetrati in Puglia, Sicilia, Sardegna e Calabria, di epoca compresa tra l'VIII secolo avanti Cristo e il III dopo Cristo, rimpatriati da Basilea.
Si tratta, per quantità e qualità, del più grande recupero di beni d'arte nella storia del Comando Tutela Patrimonio Culturale. Tra i reperti spiccano moltissimi oggetti di assoluta rarità: anfore, crateri, loutrophoros, oinochoe, kantharos, trozzelle, vasi plastici, statue votive, affreschi, corazze in bronzo, per un valore complessivo che supera 50 milioni di euro. L’indagine, denominata Teseo, ebbe inizio a margine dell’inchiesta che portò al recupero del famoso vaso di Assteas dal Getty Museum di Malibù.
In particolare, i carabinieri evidenziarono la figura di un intermediario – Gianfranco Becchina di Castelvetrano – il quale aveva curato la vendita del vaso al museo californiano. La sua posizione non passò inosservata agli investigatori che intensificarono i controlli su quell’uomo, partito da facchino d’albergo e diventato titolare di una galleria d’arte in Svizzera con volumi d’affari miliardari.
Il nome era noto agli investigatori poiché presente nel famoso organigramma criminale sequestrato dai Carabinieri al presunto trafficante Pasquale Camera, ritenuto un elemento di primo piano nel panorama mondiale dei traffici illeciti d’arte, con riferimento a reperti scavati clandestinamente nel sud Italia.
I reperti venivano venduti in Inghilterra, Germania, Usa, Giappone e Australia, con intermediazioni e triangolazioni effettuate per rendere credibile ed apparentemente legale la compravendita, oppure facendoli confluire in collezioni private costruite per simulare una detenzione regolare, prima della vendita a grandi musei. Utilizzando analisi scientifiche eseguite da esperti del settore, era stato creato un sistema per certificare i reperti tanto collaudato da ingannare anche i principali responsabili di enti museali internazionali.
La fiducia sull’autenticità dei reperti era tale da provocare vere e proprie situazioni di grande imbarazzo. Come nel caso del Kouros, acquistato nel 1985 per 9 milioni di dollari dal Getty Museum di Malibù Los Angeles, e poi sospettato essere un clamoroso falso, scoperto per un banale errore nel creare la falsa documentazione di vendita: l’indicazione di un codice postale greco inesistente all’epoca dell’emissione dell’atto. Attualmente l’opera è esposta con l'indicazione "Greek, about 530 B.C., or modern forgery".
I beni sono stati confiscati in quanto – annotano i carabinieri - “di accertata provenienza da scavo clandestino, da furto, da ricettazione, nonché da esportazione clandestina (nella medesima sentenza, il Gup dichiarando per il BECCHINA il non luogo a procedere per avvenuta prescrizione, sottolineva tuttavia “si deve affermare che i reperti trasmessi dalle autorità elvetiche e sequestrati a suo tempo a Basilea provengono da scavi clandestini compiuti in Italia e sono stati illecitamente esportati in Svizzera dal Becchina…”).