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Effetto Quirinale

Per un Mattarella che sale al Colle
un Alfano che cade nell'irrilevanza


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Renzi lo ha avvisato: "O voti con noi o ti licenzio". E il leader Ncd ha detto "sì". Un autogol pagato a caro prezzo: adesso i moderati contano ancora di meno e sono "esplosi" al primo, vero appuntamento politico.

 

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PALERMO - Un siciliano sale al Colle. Un altro scivola nell'ombra della irrilevanza politica. Angelino Alfano ha detto “signorsì”, rintanandosi nell'angolo di chi punta solo a sopravvivere. Il titolare del Viminale ha chinato il capo di fronte al diktat di Renzi: “O voti Matterella o ti licenzio”. Col risultato di una brusca retromarcia e della drammatica implosione del suo partito.

Eppure, doveva essere scheda bianca. Un atto di forza nei confronti del premier e del suo “metodo”: “I voti io li ho. Ma ricordatevi - avrebbe ammonito Renzi - che siete al governo con me”. Una frase che, secondo alcuni osservatori, sarebbe stata persino più incisiva, più diretta nei confronti di Alfano: “Come fai, da ministro degli Interni a non votare il nostro candidato?”. O voti con noi, o sei fuori dal governo. Una minaccia, secondo molti. Smentita dallo stesso Alfano. Ma non certamente dai suoi atti politici. Visto che, se minaccia non fu, l'effetto ottenuto è esattamente quello: Alfano è tornato sui suoi passi. Ha detto “sì” al suo presidente del consiglio. Dimostrando ancora una volta l'insussistenza di una linea politica. Di un'anima.

E l'errore in questo caso pare doppio. Alfano, da ministro degli Interni che ha rivestito anche il ruolo di vicepremier, non avrebbe avuto alcuna scelta: votare Sergio Mattarella. E magari buttare giù il boccone amaro, fingere di essere stato decisivo e stamparsi un sorriso convincente per dire: “Quel candidato è anche nostro. Abbiamo vinto noi”. Ancor di più per lui, che è anche l'unico siciliano al governo. E che, come Mattarella, riconosce nel proprio dna l'origine democristiana. E invece, le titubanze. L'annuncio iniziale di seguire la linea del resto dell'opposizione. Poi il ripensamento, la convocazione dei grandi elettori di Alleanza popolare. E infine, la decisione: “Votiamo Mattarella”.

Un'oscillazione, un'assenza di linea chiara, pagata a caro prezzo. Un prezzo prevedibile e sotto certi aspetti ormai inevitabile. Il partito centrista è imploso di fronte alle scelte “tergicristalli” del titolare del Viminale. “Non il nome, ma il metodo”, “Non convinti, ma al governo”, “Col Pd, ma anche col centrodestra”. La partita del Quirinale ha finito per lasciare Angelino Alfano, un po' più solo, in quella terra di mezzo dell'irrilevanza.

Sono salvi, però, quantomeno, poltroncine e seggiolini. Uno dei pochi effetti concreti, quello appunto di mantenere qualche strapuntino di potere, derivanti dalla scelta di Alfano. Oltre, come detto, all'implosione del suo partito. Il capogruppo al Senato Maurizio Sacconi ha annunciato le sue dimissioni “irrevocabili e immediate”. La portavoce Babara Saltamartini parla del “suo” leader come “una delusione”, preannunciando anche lei la fuoriuscita dal partito. Ed ecco gli scontenti: in aula Nunzia De Girolamo, Gaetano Quagliariello e Fabrizio Cicchitto non applaudono il nuovo presidente. L'orgoglio ferito dei parlamentari. Che di fronte al diktat del premier si sarebbero aspettati, forse, una reazione più decisa. Se non quella di far cadere il governo, il tentativo di far la voce grossa. Di far capire a Renzi, che in questi giorni ha sostanzialmente ignorato i moderati, forte dei consensi che gli venivano già assicurati a sinistra, che “ci siamo anche noi”. Che anche Ncd ha una linea, un'anima.

E invece, ecco il voto a Mattarella che è, in fondo, la risultante di una politica incerta, confusa. Al governo ma solo per il bene del Paese. Con la sinistra, ma pensando al centrodestra. Non per il nome, ma per il metodo. Una posizione, quest'ultima, che avrebbe avuto senso solo se Ncd avesse reagito con uno “schiaffone” a quel metodo. E invece, ha detto signorsì. Che è come dire: da adesso in poi Renzi potrà usare quel “metodo” tutte le volta che vorrà. A meno che Alfano non voglia sentirsi dire: “Sei licenziato”.