La caduta di Lupi, rivolta Ncd | La stella di Alfano a rischio - Live Sicilia

La caduta di Lupi, rivolta Ncd | La stella di Alfano a rischio

Lupi e Alfano

La caduta di Maurizio Lupi travolge gli alfaniani e lo stesso leader, in odore di annessione col renzismo. C'è chi si ribella alla sottomissione, chi la cerca. Ma il futuro dei centristi sembra comunque improntato all'irrilevanza.

L'atto finale?
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Quel che resta di Angelino è la baldanza dell’attimo precedente, contraddetta dalla sottomissione del minuto successivo. “Abbiamo piena fiducia in Maurizio Lupi. Lui è prontissimo e non pensa a dimettersi”. Così parlò Alfano, per difendere il suo uomo schiacciato non già da uno scenario di corruzione che penalmente non lo riguarda, ma da un contorno di errori propri e origliamenti altrui.
Al lieve aggrottarsi delle sopracciglia di Renzi, la musica cambiò. E la testa del ministro venne offerta su un piatto d’argento – col rito di ‘spontaneissime dimissioni’ – per una nuova pubblica rottamazione. Si invochino pure gli alibi del caso: se uno è stato per anni il portaparola di un altro più grande – buono o cattivo che fosse – non si può pretendere che si inventi di colpo un’ugola da leone. Ora, il potere è tutto nelle mani di Matteo, come un tempo apparteneva a Silvio. Il banco in seconda fila non è mai stato il luogo della battaglia.

Quel che resta di Angelino racconta il compiersi fatale di una erosione. Un declino inarrestabile, se due giornalisti che appartengono a patrie idealmente opposte sentono contemporaneamente l’esigenza di sparare a palle incatenate. Scrive Pietrangelo Buttafuoco sul ‘Foglio’: “A margine della vicenda di Maurizio Lupi – nel merito però dell’oscena contrattazione fatta dal suo partito che, offrendo al signor premier la testa del ministro dimissionario, cerca di avere in cambio un bel gruzzolo di posticini di sottogoverno – vorrei trarne più un’osservazione, una conclusione: che se è questa la destra presentabile (essendo l’Ncd l’unico partito che contiene la parola destra nella propria ragione sociale), stiamo freschi. L’unica destra accettata nei piani alti della legittimazione, a quanto pare – tanto che il signor Renzi se la tiene al governo – è quella della mistificazione “moderata”: traccheggio al nord e delle clientele al sud. Ragion per cui è sempre più che preferibile – non fosse altro che per la chiarezza politica – la destra becera, ascellare, casapoundista e pure rasata. Una destra che non faccia pagare l’Imu alle proprietà agricole. E che faccia bau bau ai micetti da salotto”.

Cannoneggia, di rimando, Stefano Folli dalla sponda di ‘Repubblica’: “Il ministro dell’Interno Alfano ha lasciato al suo destino il compagno di partito dopo una mera difesa d’ufficio (…). Il vecchio asse Alfano-Lupi si è disgregato in favore di un asse Renzi-Alfano che però ha l’aria di essere del tutto provvisorio. Senza il via libera del ministro dell’Interno, il premier non avrebbe potuto chiudere in fretta il caso. Ma il nulla osta di Alfano prelude al ridimensionamento del Ncd (…). Oggi il naufragio di Lupi è anche, forse, soprattutto, una sconfitta politica per il partito centrista. La cui forza parlamentare è ancora essenziale per Renzi, ma la cui forza politica è ridotta ai minimi termini Quello che resta è davvero poco. Più che altro alcune clientele politico-elettorali”.
Non sfugga, nel periodare di entrambi, il riferimento alle clientele, politicamente intese; il richiamo della foresta; un afrore (legittimo, per carità) di truppe mastellate.

Buttafuoco e Folli marciano divisi, per colpire uniti, svelando l’erosione. Uno ne fa un problema cruciale di identità smarrita, narrando lo sfaldarsi del centro-destrismo alfaniano, con la sua incapacità di fare ‘bau bau ai micetti da salotto’. L’altro riassume la progressiva annessione al Renzismo che propone solo il dissolvimento, oltre qualche rapsodico sbocconcellamento al tavolo del potere. Rovina doppia di immagine e di forza: di quella credibilità necessaria per agitare qualche suggestione nel marketing elettorale, di quella arroganza utile per non rimanere a bocca asciutta al tavolo delle (legittime, per carità) divisioni quotidiane.

Quel che resta di Angelino è un piccolo impero che cade a pezzi, che smarrisce i confini. Al Nord il ciellino Maurizio Lupi, illeso per le carte giudiziarie, travolto da origliamenti ed errori. A Sud, in Sicilia, il sottosegretario alfaniano Giuseppe Castiglione, lambito dalla notizia di un’indagine sul ‘Cara di Mineo’, di cui l’interessato giura di non sapere nulla. All’interno, un partito che si ribella, che si spacca a metà tra coloro che non vogliono morire renziani (Nunzia Di Girolamo), che non vogliono essere considerati ‘l’ala mastelliana del Pd’ – questa la feroce battuta che circola a Palazzo – e quelli che starebbero già intessendo (Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità) più di un filo con i conquistadores del Pd, piombati in territorio Ncd, per piantare gli accampamenti.

Pochissimo dunque resta, se non una calcolatrice automatica, sintonizzata sugli strapuntini, piuttosto che sui conti veri del consenso. Un’ansia sotto-governativa di cerchi magici: le cronache di questi giorni hanno riportato, a margine dell’inchiesta, il cursus honorum dell’avvocato siciliano Andrea Gemma, “approdato, scrive ‘Repubblica’, al “Consiglio di amministrazione dell’Eni in quota Ncd”, al culmine di una prodigiosa carriera (tutto legittimo, per carità), fatta di prestigiosi incarichi. Bandierine, punti da segnare, paletti da inchiodare. piuttosto che un progetto politico strutturato. Intanto, all’orizzonte incombono le temibili amministrative di Agrigento. Se perdesse pure a casa sua, che resterebbe davvero di Angelino a parte l’irrilevanza? Sono i rischi che si corrono, dopo una vita al secondo banco.


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