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Motisi, storia di un boss latitante
Un fantasma che riappare


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Stavolta è la confisca dei beni agli eredi di Francesco Pecora a fare tornare alla ribalta la vicenda di Giovanni Motisi (nella foto), sposato con una figlia del costruttore palermitano a cui sono stati confiscati beni per cento milioni di euro.

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PALERMO - Ogni tanto la cronaca apre una finestra su uno degli episodi più misteriosi delle recente storia di Cosa nostra. Stavolta è la confisca dei beni agli eredi del costruttore Francesco Pecora a fare tornare alla ribalta la vicenda di Giovanni Motisi, il boss scomparso nel nulla. Il capomafia di Pagliarelli, che ufficialmente è ancora un latitante, è sposato con Caterina, figlia di Francesco.

Nicchi e le ultime tracce

La caccia a Motisi, soprannominato 'u pacchiuni, non è stata dichiarata definitivamente chiusa. Carabinieri e poliziotti continuano a cercarlo. Il silenzio, però, ha finito per alimentare l'ipotesi che possa essere morto. L'ultimo segnale in direzione contraria è del 2007. Gianni Nicchi, 'u picciutteddu, il picciotto diventato capomafia a Pagliarelli, il regno dei Motisi, prima di finire in carcere, aveva dato mandato a qualcuno di trovargli un collegamento con il latitante. Lo voleva al suo fianco per frenare l'avanzata di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, i signori di San Lorenzo. Non sappiamo se la strada battuta da Nicchi sia stata fruttuosa. Resta il fatto che 'u picciutteddu aveva cercato 'u pacchiuni. E non si cerca qualcuno che è morto.

La pista francese

La caccia va avanti dal 1998. Una delle ipotesi è che sia nascosto in Francia. Angelo Casano, che per un periodo è stato subalterno di Motisi, ha raccontato che nel 2002 il boss fu destituito dalla reggenza di Pagliarelli. Al suo posto tornò Nino Rotolo, trasferito ai domiciliari per motivi di salute. “Si mettono in contatto con lui e manifestano che Motisi aveva una gestione molto strana del mantenimento - raccontava Casano ai pm Maurizio De Lucia e Roberta Buzzolani –. Non si faceva mai vedere, non dava mai risposte. Al che Rotolo mandò a chiamare Motisi per avere spiegazioni”. Casano sapeva pure che Motisi accettò la destituzione, decise di occuparsi solo ed esclusivamente della latitanza, e venne accompagnato dalle parti di Agrigento dove si sarebbe nascosto nel 2004. Qui nasceva la pista francese. Nell'Agrigentino, fino al suo recente arresto, dettava legge Giuseppe Falsone. Tra Falsone e i mafiosi di Pagliarelli è sempre corso buon sangue. Falsone lo hanno beccato a Marsiglia. In terra francese.

I pizzini del latitante

Il 2 giugno del 1999 i carabinieri si presentano a casa di Giovanni Motisi, una villa all'Uditore costruita accanto a quella di Nino Rotolo e dei Sansone. Nel corso della perquisizione saltarono fuori una sfilza di bigliettini. Motisi e la moglie, Caterina Pecora, erano in costante contatto. A fare da tramite erano alcuni personaggi che oltre a smistare la posta, consegnavano denaro, vestiti e regali. Gli scritti più interessanti erano quelli che fanno riferimento a un fioraio e ad un falegname.

Il falegname

Di lui Giovanni Motisi parlava alla moglie per la realizzazione di lavori nella camera da letto. Il latitante aveva fissato un appuntamento con l'artigiano. Per evitare rischi la moglie doveva contattarlo da una cabina pubblica. I pizzini erano databili fra ottobre e novembre 1998. Ecco il contenuto: “Ti volevo domandare se mercoledì 14 alle ore 16:00 sei dentro perché deve venire il falegname (il fratello di Paolo) per prendere le misure dei lettini della stanzetta rosa. Approfitta nel mentre lui è li se devi fare nella stanzetta qualche comodino armadio o qualsiasi cosa possa servire nella stanzetta rosa o nel bagno”. 

Il fioraio

Erano sempre i pizzini a descrivere la figura del fioraio: “I fiori per la bambina arriveranno il giorno del compleanno prima delle 12 se c'è qualcosa da cambiare fallo sapere allo stesso Alì”; “Per l’anniversario passa dal fioraio c'è un pensierino per te”. “I fiori vai a comprarli dal fratello per il momento fai così”. Il cerchio si chiuse quando la moglie del latitante fu vista entrare nel negozio di fiori La Violetta, in via Maqueda, i cui titolari erano Saverio e Vincenzo Cascino, padre e figlio. La macchina di Vincenzo Cascino fu riempita di microspie. Saltarono fuori i contatti fra il fioraio e pezzi da novanta di Cosa nostra che gli costarono l'arresto, nel maggio del 2002, assieme a Giuseppe Sansone e Domenico D'Amico. Vincenzo Cascino era in stretti rapporti con Giuseppe Calvaruso, Salvatore Sorrentino e Marco Coga. Solo le cronache recenti ci avrebbero svelato lo spessore criminale di tutti e tre.

Il ruolo di Giuseppe Calvaruso

Le famiglia di Giuseppe Calvaruso e quella di Giovanni Motisi si frequentavano abitualmente. Il tono confidenziale si manifestava nei biglietti sequestrati dai carabinieri, ancora una volta, a casa del latitante. La sorella di Giuseppe lo chiamava in causa: “Cara zia e zio come state? Spero bene anzi benissimo. Mi mancate molto ma saprò aspettare: sicuramente ci sarà il giorno in cui ci rivedremo sarà un giorno di felicità sia per voi che per noi, basta avere fede in Dio. Giuseppe Calvaruso, dunque, era l'uomo giusto per arrivare al latitante. Attorno a lui gravitavano una serie di personaggi definiti “di sicuro interesse investigativo”.

Il vivandiere del capomafia

Nella catena di protezione del latitante in pochissimi avevano un contatto diretto con lui. Tra questi c'era Salvatore Sorrentino, detto lo studentino, di recente scarcerato dopo avere scontato una lunga condanna. Monitorandolo si scoprì che erano costanti le sue frequentazioni con Giuseppe Calvaruso e Vincenzo Cascino. Sorrentino, ufficialmente, faceva il picciotto delle consegne in un bar. Secondo i carabinieri, questa attività lo avrebbe aiutato a mascherare il suo ruolo di vivandiere del latitante.

La festa di compleanno

La vicende della latitanza di Giovanni Motisi si intrecciarono, anche se per un breve periodo, con quelle della fuga di Giuseppe Calvaruso che il 3 giugno 2002 sfuggì all'arresto. Calvaruso sarebbe stato arrestato pochi mesi dopo. Nel 2006 finì di scontare la pena. Neanche il tempo di tornare in libertà e da sorvegliato speciale, a partire dal 2006, riallacciò i vecchi contatti. Passando ai raggi x la sua vita i carabinieri arrivarono alle ultime notizie, certe, sulla presenza in Sicilia di Giovanni Motisi. Tra i soggetti in contatto con Calvaruso c'erano Giuseppe e Antonio La Innusa. Nel giro di frequentazioni di uno dei due fratelli figurava Giuseppe Trinca, un pezzo grosso della famiglia di Corso Calatafimi che fa parte del mandamento di Pagliarelli. Il cugino di Trinca, Nunzio, con precedenti penali per contrabbando, riciclaggio e truffa, era proprietario di un fabbricato in contrada Cavallaro a Casteldaccia. Durante una perquisizione nella casa palermitana di Motisi i militari avevano trovato alcune fotografie del latitante che festeggiava il compleanno della figlia. Una riunione in grande stile con tanto di fiori e tovaglie colorate. Le pareti della stanza erano tappezzate con lenzuoli bianchi per nascondere il luogo della festa. I carabinieri piazzarono le telecamere in contrada Cavallaro e inquadrarono un altro villino. Il proprietario, Gaetano Ciaramitaro, nel 1999 lo aveva affittato a Giuseppe D'Angelo, pregiudicato per mafia e cugino di tale Luigi Fabio Scimò, coimputato in un processo con Vincenzo Cascino. Il 16 ottobre 2007 i carabinieri fecero irruzione nel villino e scoprirono che era lì, nell'ottobre del 1999, che Motisi aveva festeggiato il compleanno della figlia. È stato uno dei covi del latitante, assieme a un appartamento in via Enrico Toti, poco distante dall'Università di Palermo. Motisi vi ha soggiornato senza dare nell'occhio. Le tapparelle non mai state alzate neppure di un millimetro. Anche qui i militari sono arrivati troppo tardi.

Le foto di Casteldaccia sono le più recenti tracce di Giovanni Motisi. Poi, nessun contatto con i familiari. Nessuna intercettazione che lo tira in ballo. Niente di niente. E' diventato un fantasma. Nel 2007 l'episodio di Nicchi riaccese le speranze. Poi, di nuovo il nulla.