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OPERAZIONE BLACK CAT

I "battezzati" e la nuova mafia:
"Dobbiamo essere uniti"


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Un frame delle video intercettazioni

Per ricompattare i clan di Trabia e San Mauro Castelverde si guardava al passato. Pizzo a tappeto.

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PALERMO - Bisognava ripartire e sono ripartiti. I clan di una fetta della provincia hanno rifondato Cosa nostra affidandosi agli anziani. Li chiamavano “i vattiati”, battezzati in Cosa nostra. Nella grossa fetta di territorio che va da San Mauro Castelverde a Trabia la nuova mafia guardava agli uomini e alle regole del passato. I capi mandamento sarebbero divenuti Diego Rinella e Francesco Bonomo. Il primo è fratello di Salvatore Rinella, storico capomafia di Trabia, e il secondo è genero di Peppino Farinella, capomafia di San Mauro.

Le regole di un tempo passavano innanzitutto dalla reciproca assistenza: “Quando viene qualche d'uno che... che tu riconosci che è un amicu... se lo puoi aiutare lo aiuti, se non la possiamo fare che non si può fare... ma tre quarti che vengono a bussare da te... lo sai... lo conosci... mi devi fare... da dove venite... qua non venire più”. Si sta cercando di mettere in moto la situazione - dicevano gli indagati - però ci vuole il tempo”. Innanzitutto bisognava essere meticolosi con “il giro… l'incasso… il guadagno… tutta una cosa associata… a tutti questi discorsi”, diceva Michele Modica, braccio destro di Rinella.

Poi, si pensò alla demarcazione territoriale, decisa nel corso di un incontro. “Lui ha detto che il fiume Himera è il confine per lui… il fiume Himera da quella parte… - Stefano Contino ne aveva parlato con Diego Guzzino - ma una volta che si sistemano le cose dobbiamo essere tutti... tutti combaciati va…ma quale sta minchia… quanto vale l'unione non vale niente…”.

Quindi si passò alle estorsioni necessarie per fare cassa e ribadire lo strapotere mafioso. “Questi.. scavi qua davanti deve venire ancora a saldare il conto?”, spiegava Antonino Vallelunga a Michele Modica davanti all'ingresso del residence “Craparia” in contrada “S.Onofrio” di Trabia dove un costruttore aveva ottenuto una concessione per costruire alcune villette. “Ci abbiamo messo la bottiglia”, aggiungeva Antonino Fardella, transitando davanti al cantiere per la realizzazione di una nuova scuola a Termini Imerese. Avevano piazzata un contenitore di liquido infiammabile per convincere il titolare della ditta che stava effettuando gli scavi a consegnare somme di denaro.

Nel mirino era finita anche l'impresa che si era aggiudicata l'appalto per la riqualificazione dell'ex cinema Trinacria di Polizzi Generosa. I carabinieri hanno intercettato la conversazione fra Antonio Scola e Pietro Termini: “La bottiglia sopra l'escavatore... e la cosa là bruciata”.

Ed ancora, la ditta che stava ristrutturando i locali dell'ex carcere di Castelbuono. In questo caso Antonio Maranto e Antonio Scola avevano chiesto a Sergio Flamia, boss oggi pentito di Bagheria, di mediare per il pizzo. Nel 2012 in contrada Granza a Sclafani Bagni andarono a fuoco quattro escavatori. Gandolfo Interbartolo, parlando con Stefano Contino, svelava la paternità dell'attentato: “Noi gli dobbiamo dare di nuovo fuoco.. ed è finita… si prende e gli si dà di nuovo il colpo… è inutile che… questo... il problema è che questo deve capire dove si deve andare... dove si deve andare a rivolgere…”.

E se gli imprenditori non cercavano la persona con cui mettersi a posto, non restava “che se ci dobbiamo dare nelle corna cominciamo”.