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Le case dei fantasmi

Pensabene e quel sogno americano
Ma poi la caponata tramontò


caponata pensabene, fabbrica pensabene

La storia di uno stabilimento che ha fatto la storia per cinque generazioni. Fino alla chiusura.

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Le "case dei fantasmi" sono stabilimenti industriali ai bordi delle strade e alle periferie delle città siciliane. Sorgono in mezzo al nulla o accanto a palazzi nuovissimi, circondate dal verde o ai margini di centri commerciali. Sono inserite nel paesaggio da talmente tanto tempo che ci siamo abituati alla loro presenza. Spesso sono abbandonate e ci chiediamo cosa siano state e quale sarà il loro destino, mentre a volte vivono ancora, ma nascondono storie del passato che aspettano di essere raccontate. L'ottava puntata è su un luogo in cui si preparava del cibo, a due passi da alcuni dei monumenti storici più importanti di Palermo.

Arrivarono anche gli Hare Krishna. Chiusi nelle loro tuniche arancioni, si presentarono davanti a uno degli eredi dello stabilimento e gli chiesero se potevano occuparlo per potere svolgere le loro attività. Lui era disponibile, la fabbrica era chiusa e abbandonata da anni e farci qualcosa era meglio che lasciarla all’incuria o all’occupazione abusiva. Ma niente, non se ne poté fare nulla. I progetti del comune di Palermo prevedono un solo destino per il vecchio stabilimento Pensabene, un luogo in cui cinque generazioni hanno attraversato la storia del novecento, ed è l’abbattimento.

Un proverbio dice che se si vuole nascondere qualcosa è meglio mostrarla a tutti, e lo stabilimento in cui fino a pochi anni fa si producevano conserve alimentari segue una regola simile. Nessuno vuole nasconderlo, ovviamente, ma è talmente in vista, attaccato a monumenti storici di Palermo e al centro di una zona di passaggio che pochi fanno caso alla sua esistenza. A due passi ci sono Palazzo dei Normanni e la sede della presidenza della Regione. Proprio dietro c’è la chiesa di San Giovanni in Kemonia, con il suo campanile che gareggia in altezza con la ciminiera in mattoni. Davanti ci sono la fermata della metropolitana e l’università. La fabbrica è proprio al centro di questo passaggio, circondata dal traffico palermitano e dal ricordo di una storia secolare.


Il primo nucleo nacque nel 1869, quando la famiglia Pensabene si stabilì nei magazzini della zona per trasformare e conservare pesce e verdure sott’olio, ma è negli anni venti del ventesimo secolo che nacque lo stabilimento ancora visibile oggi. Sotto il grande edificio di più di cinquecento metri quadri si trovavano, tra le altre cose, tre grandi padelle in grado di contenere trecento litri d’olio, sormontate da una cappa gigantesca e dalla ciminiera. Al suo interno si producevano estratti di pomodoro, tonno e sardine sott’olio, pelati e caponate. Fu però con Andrea Pensabene che la fabbrica fece un salto di qualità. Il nonno combattente, com’è ricordato oggi da uno dei discendenti, diede all’azienda di famiglia un forte impulso a crescere, prima con lo spostamento in Calabria della linea rossa, in cui si lavorava il pomodoro, e poi con la crescita delle esportazioni.

Grazie al talento imprenditoriale di Pensabene caponate ed estratto di pomodoro, molto difficili da produrre a livello industriale negli anni quaranta, arrivavano negli Stati Uniti, in Africa, nel Medio Oriente. Negli uffici di uno dei nipoti, oggi, quel periodo è ricordato come un’età dell’oro, con foto in bianco e nero della dinastia appese al muro e un documento in cui al commendatore Andrea Pensabene viene riconosciuta la partecipazione alla nona esposizione imperiale di Tripoli, allora una colonia italiana.

Tutto avveniva con il marchio “Salsa Cuoco”, registrato da Andrea Pensabene. Il vero motore produttivo della fabbrica era però Donna Rosa, moglie di Andrea. Se il marito infatti era molto attivo sul piano delle relazioni, a Donna Rosa era delegata la gestione dei centosettanta operai e della produzione dentro lo stabilimento. Un compito che la donna affrontava con molta energia, arrivando a vivere dentro la fabbrica nei periodi di maggiore sforzo.

Il dopoguerra e gli anni del boom sono stati il periodo più florido per la Pensabene, che andò incontro a un declino degli affari e dovette chiudere solo nei primi anni novanta. Da allora la famiglia si è divisa in mille rami e stabilimenti, pur rimanendo nello stesso settore, e la fabbrica accanto a piazza Indipendenza è chiusa. Un pezzo, quello dei magazzini, è stato venduto alle poste, che ne hanno fatto un deposito, ma il nucleo produttivo resiste nonostante sia stato individuato, nel piano particolareggiato esecutivo del comune di Palermo, come edificio da abbattere. Al suo interno si sono succeduti vari occupanti abusivi, dai tossicodipendenti a un centro sociale autogestito a gente che ci teneva i cavalli da corsa. 

Ogni tanto, raccontano in un magazzino davanti alla fabbrica, arriva qualche vecchietto a ricordare i bei tempi in cui lavorava alla Pensabene. Donna Rosa e suo marito lavoravano duro, non esistevano orari e spesso in fabbrica si facevano le ore piccole, ma gli operai amavano quel posto, si sentivano parte di una storia più grande. Così come oggi quella fabbrica fa parte della storia della zona, tanto quanto gli altri edifici che la circondano, e racconta di un modo di fare impresa del secolo scorso. Quando nelle fabbriche si andava per qualcosa che andava oltre il puro guadagno.