Nuova mafia, vecchie regole | Chiesti 150 anni di carcere - Live Sicilia

Nuova mafia, vecchie regole | Chiesti 150 anni di carcere

Ventuno imputati accusati di essere legati ai clan di Santa Maria di Gesù e della provincia.

PALERMO – Lo spaccato che venne fuori dal blitz dei carabinieri del Ros era quello di una mafia che cercava di fare rispettare le vecchie regole di Cosa nostra. I clan del mandamento palermitano di Santa Maria Di Gesù e di una parte della provincia si erano organizzati ripartendo dal passato.

Il pubblico ministero Sergio Demontis ha chiesto condanne per oltre 150 anni di carcere. Gli imputati sono 21 e rispondono a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, favoreggiamento. Il pm ha chiesto 6 anni per Antonio Adelfio, 15 anni per Vincenzo Adelfio, 12 anni per Antonino Capizzi, 8 anni per Salvatore Maria Capizzi, 9 anni per Salvatore Di Blasi, 4 anni per Stefano Di Blasi, 10 anni per Francesco Di Marco, 13 anni per Gaetano Di Marco, 6 anni per Andrea Di Matteo, 8 anni per Fabrizio Gambino, 5 anni per Alfredo Giordano, 6 anni per Giovanni Battista Inchiappa, 9 anni per Giovanni Messina, 16 anni per Antonino Pipitone, 10 anni per Santi Pullarà, 8 anni per Gregorio Ribaudo, 11 anni per Mario Taormina, 8 anni per Giovanni Tusa, 2 anni per Gaspare la Mantia, 1 anno e 6 mesi per Giovanni Piacente, 4 anni per Antonio Carletto.

Un trentennio dopo le indagini dei carabinieri denominate “Brasca” e “4.0” raccontarono che gli anziani padrini faticavano parecchio a fare rispettare le vecchie regole. I giovani erano spesso indisciplinati.

La consegna del silenzio
Ogni uomo d’onore è tenuto a non svelare ad estranei la sua appartenenza a Cosa nostra, né tanto meno i suoi segreti. Mariano Marchese, capomafia di Villagrazia, nel frattempo deceduto, mal digeriva che al suo cospetto si presentassero illustri sconosciuti ma consapevoli del suo ruolo. E non importava se a inviarli era un altro anziano boss, Gregorio Agrigento, capomafia di San Giuseppe Jato. Anzi, era proprio questo che lo innervosiva. Da un anziano si attendeva maggiore cautela ed invece aveva incaricato un paio di picciotti che, senza giri di parole, dicevano: “Abbiamo il mandamento nelle mani noi altri…”. La reazione fu stizzita: “… fermati là… non lo voglio sapere… vai dallo zio Gregorio e gli dici quello che ti sto dicendo io… digli che la finisca…”.

Il funerale lo paga Cosa nostra
Potremmo definirla la mutua di Cosa nostra. Gli uomini d’onore vanno aiutati, da vivi e pure da morti. Le spese del funerale sono a carico della famiglia. In occasione della morte di Gioacchino Capizzi, il figlio Pietro diede per scontato che gli sarebbero arrivati i soldi. L’anziano mafioso di Villagrazia, Vincenzo Adelfio, lo confortò e gli fece sapere che se ne sarebbe occupato Antonino Pipitone: “Mi viene Pietro da me e mi ha detto… ‘Zu Vicè mi dica una cosa…so dice… che quando muore uno un amico nostro… gli fate il funerale’… gli ho detto… vero è!… Gli ho detto… parlane con Nino…”. Alla fine fu Marchese a prelevare tremila e 400 euro dalla cassa”.

Il rito della presentazione
Un uomo d’onore non può presentarsi come tale ad un altro affiliato. Ci vuole un intermediario che garantisca la reale appartenenza all’organizzazione. Ancora uan volta sono le parole di Marchese a spiegare come funziona: “Quello è in galera… mi manda un picciutteddu che io nemmeno conoscevo… dice il mandamento è nostro. Minchia lo guardo io… senti qua… gli ho detto… chi ti ha mandato qua… gli dici… dice Mariano… di queste cose non vuole sapere… tu mi mandi un picciotto che nemmeno io conosco… e nemmeno so chi è”.

“Siamo la stessa cosa”
Quando un uomo d’onore fa stringere la mano a due affiliati che non si conoscono deve accompagnare il gesto con la frase: “Chistu è a stissa cosa (questo è la stessa cosa)” per ribadire la comune appartenenza al clan. Così era accaduto per Vincenzo Adelfio, quando conobbe Saro Riccobono. Allora Adelfio era giovane e inesperto: “Mi ha detto che era la stissa cuosa… ho detto… ma che cazzo significa. Me ne salgo… e sono con mio padre perché quel giorno era pure là… Gli ho detto: papà… ma dimmi una cosa… gli ho detto Luciano mi ha presentato… e mi ha detto… dice… “a stissa cuosa” …minchia si gira e mi fa… dice: zitto… non lo dire a nessuno! Perché… che cosa è? Nie… non te lo posso dire! Minchia… ho detto… allora c’è qualche cosa”.

Soldi per i detenuti
I carcerati vanno sostenuti economicamente. Specie quando i parenti devono affrontare spese sanitarie. L’anziano boss ergastolano Benedetto Capizzi, racconta Marchese, “dice che è caduto là… eh… sua moglie ha bisogno di soldi… è una miniera… è caduto ci vuole il busto… camurrie cose… qualche cosa in più… e si devono mandare alla moglie di Benedetto perché se no è vergogna… perché c’è qualche carceratieddu ed è giusto che uno ci deve pensare… dico non ci dobbiamo pensare spesso …ma dico che ci si deve pensare…”.

Vade retro Stato
Quando un uomo d’onore subisce un torto guai a rivolgersi alla giustizia. Le denunce sono bandite. I panni sporchi si lavano in famiglia. L’unica deroga è per i furti di auto. Meglio denunciarli per evitare guai più grossi. Ed esempio qualcuno potrebbe usare la macchina rubata a un mafioso per commettere un delitto. Diverso è quando sparisce un carico di agrumi. Era accaduto a Vincenzo Adelfio e scattò la caccia al ladro: “… è della Guadagna… gli ho detto al geometra… dice … ora parliamo a dice… con… Pinuzzu (Giusepep Greco, ndr)… gli ho detto io… intanto informo a Mariano (Mario Marchese, ndr)”.

Moralità
Gli affiliati a Cosa nostra non possono avere parentele con gli sbirri. Erano sorti malumori , ad esempio, nel caso di Salvatore Terrasi che era sì cognato di Mimmo Raccuglia, capomafia di Altofonte, ma pure sottufficiale dell’esercito. Marchese raccontava a Vincenzo Adelfio un episodio degli anni Settanta quando “là nel portone gli abbiamo fatto la croce… ha fatto a sua figlia fidanzata con… un magistrato…”. Infine, bisogna avere rispetto della famiglia, quella di sangue. Innanzitutto, per le mogli. Ed invece “c’è gente che va appreso alla femmine dei carcerati”. Sarà vero? Di certo qualcuno sentiva l’esigenza di difendersi: “Non ne tocchiamo femmine degli altri”. Ed ancora: “Con quelle sposate non si ci va? Ma perché tuuu… Con quella di là non è sposata? Gli ho detto quell’altra non è sposata? Gli ho detto quelle due cuoffe (brutte) che hai, perché io gli ho detto io lo posso dire che tu hai due cuoffe! Gli ho detto io ho una signora. Tu hai due cuoffe. Gli ho detto, poi… non c’entra niente, non sono sposate? Ma che c’entra. Io sono single. Nooo. Le regole sono per tutti. Non c’entra nulla o single o sposato. Se per te non va, per me non va neanche la regola”.


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI