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La riforma mancata

Danni a strade, scuole e disabili
Ex Province, cosa resta del flop


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Una delle strade provinciali dell'Agrigentino

Studenti al gelo, stop ai servizi per i disabili, tratti stradali chiusi, lavoratori senza stipendio.

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PALERMO - Quel capriccio è costato caro. Carissimo. E non solo, e non tanto in termini di
quattrini. La riforma mancata delle Province, ormai rivelatasi un epocale bluff, si è tradotta in un disastro per tanti siciliani. Gli automobilisti a rischiare grosso sulle strade da tempo ormai abbandonate al loro destino. Gli studenti delle scuole costretti a frequentare aule gelide persino nei mesi invernali. E i più deboli, come i portatori di handicap, privati dei servizi essenziali, dal trasporto all’assistenza.

È questo il vero disastro delle ex Province. Un “capolavoro” iniziato in televisione, nel 2013, quando, nel teatro che sarebbe poi divenuto familiare dell’Arena di Giletti, il governatore Rosario Crocetta annunciava l’epocale riforma: “Siamo i primi in Italia”. A cancellare le Province. Un annuncio che si sarebbe rivelato poco più che uno spot. Poco meno che una bugia. Le Province sono ancora lì. E presto lo saranno a tutti gli effetti, dopo la decisione dell’Assemblea regionale di dare il primo “sì” al ritorno delle elezioni dirette.

E’ cambiato solo il nome

E a certificare la portata dell’annuncio di Crocetta quattro anni fa è stata, molto recentemente, la Corte dei conti. In uno dei passaggi di una delibera che appare, oggi, persino imbarazzante: “A livello regionale, nell’attuale, perdurante, fase transitoria avviata nel 2013, - scrivono i magistrati contabili pochi mesi fa - i nove enti di area vasta continuano ad operare con gli statuti, i regolamenti, le risorse umane, strumentali e finanziarie delle ex Province regionali, esercitando ancora le funzioni precedentemente svolte”. Insomma, non è cambiato nulla. O quasi. È cambiato il nome dell’ente. Alla guida di questo, poi, non ci sono più rappresentanti scelti dai siciliani, ma fedelissimi del presidente. E sono cresciuti, con effetti drammatici, i guai.

I danni per i cittadini

Basterebbe ripercorrere quelle 190 pagine, distribuite su due documenti diversi, che la Sezione di controllo ha depositato tra il marzo e il giugno di quest’anno, per reperire un racconto fedele, sebbene impietoso, di questo disastro. A cominciare dai veri e più concreti effetti della mancata riforma delle Province: i danni, cioè, a strade, scuole e disabili. “L'intensificarsi dell'emergenza finanziaria, - scrive la Sezione di controllo della Corte - il marcato ridimensionamento dei budget di spesa ha ridotto al minimo l'attività istituzionale svolta dai liberi Consorzi nei confronti sia degli altri livelli di governo che, soprattutto, dei fruitori dei servizi pubblici. Hanno risentito particolarmente i servizi per i disabili e quelli di supporto alle scuole di secondo grado; nei casi più gravi, si segnalano situazioni di notevole arretrato nel pagamento degli stipendi”.

Stop ai servizi per i disabili

E le parole della Sezione di controllo trovano un tragico specchio nelle cronache di questi ultimi anni. A cominciare dalle storie dei disabili ai quali, a causa della confusione legata alle funzioni dei nuovi-vecchi enti, si sono trovati senza il servizio di trasporto da e verso le scuole provinciali. “Risultano aver risentito dei tagli, principalmente, - segnala la Corte dei conti - i servizi per i disabili, che sono stati erogati con discontinuità ed in modo fortemente disomogeneo tra i diversi territori, in base alla capacità degli enti di far fronte all’emergenza con le sparute risorse”.

Scuole al gelo, strade crollate

Le scuole secondarie, poi, a loro volta, sono rimaste, racconta sempre la Corte, a volte al gelo. “Anche il supporto alle scuole di secondo grado – scrive sempre la Corte dei conti - ha visto importanti riduzione dei servizi, con istituti in cui, ad esempio, non è stato garantito il riscaldamento dei locali nei mesi più freddi”. E ancora, le strade. Un passaggio tra le relazioni della Corte dei conti è inquietante, ma allo stesso tempo, è stato purtroppo verificato, in questi anni, dai tanti siciliani che hanno dovuto mettersi in auto sulle arterie che, prima delle riforma, erano in qualche modo gestite dalle Province: “In molti casi – scrive la Corte - la spesa in conto capitale si attesta ben al di sotto della soglia minima per la manutenzione - e in alcuni casi, addirittura, per la stessa messa in sicurezza – dell’ingente patrimonio destinato a bisogni primari della collettività (in primis, strade ed edifici scolastici). Con riferimento alla manutenzione stradale – prosegue la Corte - l’Assessorato riferisce che è, allo stato, ‘di fatto azzerata con la chiusura di diverse tratte’”. Manutenzione delle strade azzerata. Impossibilità persino della messa in sicurezza. Un grido d’allarme lanciato in qualche caso dagli stessi commissari delle Province. Alla fine del 2016, ad esempio, l'ex commissario del libero consorzio di Trapani Giuseppe Amato ammetteva: “Per strade e scuole non abbiamo nulla, possiamo fare zero interventi. Ci sono pericoli concreti, reali, seri e gravi: i governi dovrebbero intervenire di conseguenza”.

I lavoratori senza stipendio

E c’è poi ovviamente tutto il capitolo che riguarda i lavoratori delle ex Province. Passati da una condizione lavorativa “normale” fin sulla soglia del baratro. Che nel caso dei dipendenti del Libero consorzio di Enna, ad esempio, per giorni è stato molto meno “metaforico” di quanto si pensi: nella seconda metà dell’anno scorso, allo stremo per il ritardo degli stipendi che non arrivavano ormai da mesi, i lavoratori hanno deciso di salire sul tetto dell’ente, in pieno centro città. Lo stesso avrebbero fatto, di lì a poco, i colleghi di Siracusa. Uno di loro ha anche avviato lo sciopero della fame, protestando a Roma e a Bruxelles. Mentre in un’altra Provincia, quella di Siracusa, un commissario addirittura si arrendeva, sconsolato: nel luglio del 2016 Antonino Lutri alzava bandiera bianca e si dimetteva di fronte al disastro economico-finanziario dell’ente.

Messina e l’ombra del dissesto

Proprio alla Corte, poi, sarà la Città Metropolitana di Messina a raccontare la condizione gravissima nella quale si trovano gli enti, paventando l’ipotesi del dissesto finanziario: “Tale condizione – spiegano i vertici dell’ente nel corso delle controdeduzioni di fronte alla Corte - determina seri rischi anche in termini di responsabilità nonché gravi danni ai cittadini con il pregiudizio di vedere compromesso l'intero progetto di sviluppo della Città di Messina e del suo territorio. Il disagio per il nostro Ente – prosegue - si riscontra anche sull'impossibilità di poter accedere a diverse opportunità di finanziamento che si presentano nello scenario dei Fondi Pon Fesr per l'impossibilità di dichiarare la capacità finanziaria come prescritto nei bandi. Tale situazione di disagio potrebbe compromettere altresì il prosieguo dei fondi correlati al Patto per il Sud”. L’ente spiega di aver provato a rispondere in qualche modo a questa situazione, tramite una “drastica razionalizzazione della spesa, garantendo unicamente le spese obbligatorie per legge nonché le funzioni ed i servizi essenziali. Per mantenere gli equilibri di bilancio, sono stati, per esempio, - racconta - tagliati i fitti passivi per gli edifici scolastici di competenza, nonostante le serie difficoltà di allocare gli studenti in altri edifici con conseguenti disagi e proteste”. La Città metropolitana è costretta persino a tagliare gli affitti e a far traslocare, con grandi difficoltà, gli studenti.

E come detto, le difficoltà, rischiano di produrre “gravi ripercussioni – si legge nella memoria dell’ente messinese - nei riguardi dei dipendenti, ai quali non potrà essere garantito nel prosieguo il pagamento delle spettanze; degli istituti scolastici (comprese le utenze), i quali potrebbero non avere i necessari finanziamenti per assicurare il regolare andamento delle lezioni; della manutenzione degli istituti scolastici e per la tutela della sicurezza degli stessi. Anche per quanto concerne la viabilità si rende necessario – spiega l’ente - reperire ulteriori risorse per far fronte ad emergenze che garantiscano la messa in sicurezza di oltre Km. 2.650,00 di strade provinciali che rischiano la chiusura con conseguente isolamento dei tanti Comuni montani di questa Provincia”. Oltre 2.600 chilometri a rischio chiusura. Un disastro. Frutto di un capriccio. Frutto di un annuncio sparato in tivvù.