"Il mio dolce e malinconico Gigi | Così noi due ci siamo ritrovati" - Live Sicilia

“Il mio dolce e malinconico Gigi | Così noi due ci siamo ritrovati”

Foto di Antonio Giordano

La morte di Gigi Burruano. Parla la figlia Gelsomina: "Vi racconto chi era il mio grande papà".

“Non ci sentivamo da anni. Gli telefonavo e lui riattaccava. Nel 2012, l’ho chiamato, per le feste. Mi ha risposto. Ci siamo visti. Ci siamo abbracciati. E non ci siamo lasciati mai più”. Gelsomina Burruano, figlia di Gigi, ha un nome che si spande in un profumo di cose buone, di sentimenti che restano, di un mondo di affetti che non appassiscono. Lei è uguale al nome che suo padre, Luigi Maria Burruano, il grande, le diede in omaggio a Federico Fellini. “Qualche problema me l’ha creato – sorride -. Essere Gelsomina è impegnativo”. Infatti, l’ha cambiato in Jasmine. “E anche papà era d’accordo”.

Una casa a Mondello, nelle vicinanze di un bar. Un cancelletto, immerso in una vastità di felci e fiori. Quasi un rifugio dagli agguati. I bagnanti tornano dalla spiaggia con la stanchezza di chi sa che l’autunno è ormai arrivato. Ma nell’aria c’è ancora l’odore dell’estate. Gelsomina-Jasmine è piegata in due dal dolore di una perdita immane. Gigi, suo padre, l’uomo delle cento battaglie e delle mille riconciliazioni, non c’è più. Palermo gli ha detto addio nel rito del cordoglio, tra palco e realtà. Ma poi, quando le luci sfumano, l’ombra sul muro è quella di chi ha vissuto davvero la vicinanza dietro la maschera.

“Papà era un uomo dolce e malinconico – dice Jasmine -. Ma aveva dei momenti esilaranti, di scoppi di ilarità. Quando saliva sul palcoscenico, anche a casa, non si poteva non ridere. Ti trascinava col suo entusiasmo. Con la sua allegria. Era nato per il teatro”. E quando sei nato per il teatro, trasformi in teatro ogni attimo che sfiori: “Una volta, molti anni fa, gli lasciai in custodia due figli piccoli perché dovevo uscire. ‘Gelsomina, figlia mia, siamo sicuri che torni?’. ‘Sì, papà’. ‘Ma sicuri sicuri?’. ‘Sì, papà, manco venti minuti….’. ‘Ma non è ca tinni fui?’. ‘Papà….’. ‘Così, per capire….’. Vado a fare le mie cose, la spesa, un giro intorno all’isolato. Lo trovo al balcone che declama: ‘Aiuto, me figghia mi lassò i picciriddi! Aiuto!’. E rideva. E tutto il quartiere, rideva con lui”.

E adesso ride anche la figlia che era abbandonata sulla bara del padre, nella chiesa di via Don Orione, come se non ci fosse più nulla in cui sperare, pochi giorni fa. E se un padre riesce a farti ridere anche dopo la sua morte, non basta il talento per spiegarlo. Significa che per te aveva solo sguardi intessuti d’amore.
Ride la figlia. E ricorda: “Quando ci siamo riconciliati, abbiamo passato il Capodanno insieme. Io ero tanto felice che mi ubriacai. Lui beveva soltanto aranciata e aveva occhi solo per me. Era contento: ‘Viriti, me figghia si mmriacò’. Siamo stati con lui a maggio scorso, prima che cominciasse a stare veramente male. Rammento papà che socchiude uno spiraglio, che sorride sornione, che mormora: ‘Itivinni’ e poi spalanca la porta e ci abbraccia”.

Perché quasi tutte le famiglie sono storie dure da attraversare, anche se fingiamo di vivere al riparo di un grande mulino bianco. Ci si divide. Si litiga con asprezza. Si usa il distacco come un’arma che addolora. Si pronunciano definitivi mai più che poi, in retromarcia, si sciolgono nella carezza della riconciliazione.

“Gigi era un grande. Sono andato al funerale e non mi importa dei giudizi della gente. Ho baciato la sua bara. Gli volevo bene. E’ vero, c’è stata quella storia, ma si sbaglia sempre in due e io ero in un periodo burrascoso”. A parlare, con Gelsomina, dal divano in cui ha ascoltato tutto in affettuoso silenzio, è Fabio Guida, il genero di Luigi Maria Burruano che fu involontario protagonista di un celebre caso di cronaca. “Da quando è morto – continua Fabio – non faccio altro che parlare con lui e piangere per lui. Ho sentito la sua anima vicina. Gigi era un uomo semplice. Non si dava arie da grande attore, da personaggio pubblico. Era Gigi per tutti, vero, sincero. E basta”.

“Poteva sembrare duro in certe occasioni – sussurra Gelsomina -. Ma era solo una persona buona, uno che era rimasto il ragazzo di sempre. Ci conosciamo da quarantasette anni, so di cosa parlo”.

Ovunque c’è il padre a casa della figlia. In una foto in bianco e nero, alla parete, da cui pare scrutare e sorvegliare. Negli scatti con i nipoti. In un ritratto accanto all’orologio. E finisce che la figlia prende il padre in effigie tra le braccia e lo culla come se fosse lui il figlio in quel rifugio di felci e di fiori. “Vorrei solo una cosa per papà, che Palermo lo ricordasse con la dedica di una via o di una piazza, che non lo dimenticasse”. E sarà una piazza chiassosa, allegra e un po’ malinconica. Con una siepe di gelsomino.


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