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Le Regionali

In un mese dalle stelle alle stalle
La dura legge delle elezioni


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Alfano mollato dai suoi, Armao fuori dall'Ars, Orlando senza candidati. Come tutto è cambiato rispetto all'estate.


PALERMO – Bastano poche settimane in tempi di campagna elettorale per finire dalle stelle alle stalle. “Com' poco verde in su la cima dura”, ammoniva il Poeta. Amara verità, come hanno appreso a proprie spese in questi giorni di chiusura delle liste diversi protagonisti della scena politica siciliana, passati in un amen dalla gloria da padreterni alla polvere.

Prendete Angelino Alfano, ad esempio. Quest'estate lo cercavano tutti. “Siamo corteggiatissimi”, diceva lui stesso, mentre Gianfranco Miccichè lo inseguiva per portarlo nel centrodestra e dall'altra parte faceva altrettanto il Pd. Alla fine, Angelino e i suoi “cugini” centristi di Casini e D'Alia hanno scelto il patto col Partito democratico. Ma il prezzo è stato salatissimo. Ap e Centristi avevano una quindicina di deputati, di questi quelli che si ricandidano alle Regionali sotto le loro insegne sono meno di cinque. Un'emorragia clamorosa verso il centrodestra, con una fuga last minute all'insegna del trasformismo. E ora per Alfano e compagni la sfida del cinque per cento si fa delicata, anche se tra Catania, Agrigento, Palermo, Messina e Siracusa, la lista di Ap potrebbe costruire il risultato, sperando anche nella bassa affluenza al voto. Finire sotto lo sbarramento sarebbe un disastro che farebbe suonare le campane a morto per il piccolo centro che fin qui ha fatto da spalla a Renzi.

Chi volava altissimo quest'estate era anche Gaetano Armao. Il brillante avvocato palermitano, già assessore regionale con Lombardo, aveva conquistato Silvio Berlusconi  – almeno così diceva Micciché – con le sue idee per la Sicilia e il suo progetto degli Indignati. Tanto da diventare candidato in pectore alla presidenza della Regione, alternativo a Nello Musumeci. Il braccio di ferro è andato avanti per un po', alla fine il Cavaliere ha lasciato strada a Musumeci, con Armao vice designato. E gli Indignati? Niente lista, ma candidature qua e là nella coalizione. Inclusa quella di Armao si pensava (il santino già circolava su Facebook), in lista con Forza Italia e nel listino. E invece, è finita in un altro modo. Nello Musumeci ha lasciato fuori Armao dal listino, mossa non certo gradita al leader degli Indignati, che a quel punto ha deciso di non candidarsi a deputato per correre insieme ai Lentini, Caronia, Savona e compagnia bella. Insomma, all'Ars in questi cinque anni Armao non ci sarà. Sarà assessore se vincerà Musumeci per il tempo che durerà una eventuale giunta (visto il copione degli ultimi dieci anni, la precisazione è d'obbligo).

E poi c'è lui, Leoluca Orlando. L'imperatore di Palermo si sognava già dominus del nuovo centrosinistra a sua immagine e somiglianza. E annunciava l'avvento glorioso della sua lista dei territori, per esportare il suo modello Palermo oggi alla Regione domani magari all'Onu. Ha convinto Matteo Renzi a candidare Fabrizio Micari, certo - da statista quale lui si è definito - di portare in dote i suoi sindaci e la sinistra. Quest'ultima si è sfilata cinque minuti dopo, primo flop. I sindaci per lo più  non si sono visti e così le altre isole di un “Arcipelago” rimasto praticamente solo a Palermo, secondo flop. La lista Micari si è fatta solo grazie all'aiutino dell'odiato Crocetta, terzo flop. Tre buone ragioni per tornare a fare il sindaco di una città che da mesi è piombata in uno stallo allarmante.

È la dura legge delle elezioni al tempo del bluff sul consenso. Della narrazione dei voti senza voti. Che può reggere fino a un certo punto prima di sgonfiarsi.