Nuova antimafia, vecchi scandali | La maledizione dei beni confiscati - Live Sicilia

Nuova antimafia, vecchi scandali | La maledizione dei beni confiscati

Dopo il caso Saguto un'altra bufera al Tribunale di Palermo. Ancora un amministratore nei guai. E i patrimoni si dissolvono.

Silvana Saguto, la potente presidente delle misure di prevenzione di Palermo, faceva il magistrato e curava gli affari di famiglia. Così sostiene l’accusa. Chi si piazzava sotto la sua ala protettiva otteneva prebende e consulenze, a condizione che ricambiasse i favori: dal trolley con dentro soldi in contanti agli incarichi per il marito ingegnere nelle amministrazioni giudiziarie, dalla corsia preferenziale per la laurea del figlio alla cassette di frutta e verdura per la dispensa della presidente, oggi sospesa dal servizio. Da tutto questo avrà tempo e modo di difendersi.

Silvana Saguto è un magistrato che in carriera la lotta alla mafia l’ha fatta davvero. Poi, il corto circuito, le cui cause sono di esclusiva conoscenza del giudice che affidava alle microspie l’inconsapevole sfogo. “… non è possibile più… voi non potete farmi spendere 12,13,14 mila euro al mese noi non li abbiamo questi introiti perché siamo indebitati persi”, diceva ai figli.

Ad un certo punto dell’impegno antimafia di un tempo sarebbe sopravvissuta un’immagine sbiadita, più che sufficiente, però, per le passerelle dei convegni, dei dibattiti e degli stati generali dei beni confiscati. Magistrati, prefetti e docenti universitari si confrontavano per l’aggiornamento professionale degli amministratori giudiziari. È lei, Silvana Saguto, era il faro.

L’inchiesta che due anni fa ha travolto la presidente, assieme ad altri suoi colleghi e professionisti, sembrava l’anno zero delle misure di prevenzione. Il punto e a capo in un settore chiacchieratissimo, quello per la gestione dei beni sequestrati e confiscati ai mafiosi o agli imprenditori sospettati di mafiosità. Ed, invece, le indagini non avevano svelato l’insidia più grave.

Tale è, se si guardano i fatti dalla prospettiva dello Stato, la possibilità che qualcuno a cui fu sequestrato il patrimonio riesca a rientrarne in possesso. Circostanza che sarebbe avvenuta, ad esempio, grazie alla complicità di Luigi Miserendino, commercialista palermitano e amministratore giudiziario dei beni confiscati all’imprenditore Giuseppe Ferdico. Nei giorni scorsi è finito ai domiciliari e poi è stato scarcerato solo perché le dimissioni dagli incarichi ha fatto venire meno le esigenze cautelari.

Era stata talmente vertiginosa la scalata commerciale di Ferdico da meritarsi l’appellativo di “re dei detersivi”. In un ventennio ha aperto una dozzina di punti vendita e due centri commerciali. I soldi, però, così sostiene l’accusa, non erano tutti suoi. C’erano pure quelli di qualche mafioso. Un’accusa che ha retto fino alla confisca di primo grado, malgrado Ferdico fosse uscito indenne dal processo penale per concorso esterno in associazione mafiosa.

È il doppio binario della giustizia: chi non è mafioso dal punto di vista penale non è detto che sia pulito. C’è sempre la mafiosità, il sospetto di avere strizzato l’occhio ai boss. L’onere della prova si ribalta. Spetta a colui che viene proposto per le misure di prevenzione dimostrare che l’accusa si stia sbagliando. Missione impossibile, specie quando la contabilità di un’azienda è zeppa di buchi neri.

Il caso Miserendino potrebbe essere derubricato come la degenerazione del singolo, che esula dal contesto generale. Una mela marcia, sempre che marcia sia davvero, la si può trovare in ogni categoria professionale. Sarebbe un ragionamento riduttivo, visto che la sua vicenda rimanda al tema strutturale del destino dei beni sotto sequestro. Il tutto avviene nei giorni in cui il nuovo Codice antimafia, licenziato pochi giorni fa dal Parlamento, estende sequestri e confische anche a chi si associa per commettere reati contro la pubblica amministrazione. In sostanza, anche i corrotti, come i mafiosi, meritano che lo Stato ne colpisca i patrimoni.

Miserendino si era guadagnato la fama di amministratore integerrimo, sempre in prima linea al fianco dei giovani delle cooperative di Libera, una holding per la promozione della legalità e l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie che coordina oltre 1500 gruppi, gestisce 1.400 ettari di terreni, dà lavoro a 126 persone e muove un fatturato milionario. Con l’appoggio dell’associazione di don Luigi Ciotti, Miserendino ha “messo in sicurezza” la Calcestruzzi ericina. Il loro cemento della legalità è diventato un modello da illustrare durante affollati convegni. E così Miserendino, una volta che l’azienda è passata in confisca, da ex amministratore giudiziario ha trovato posto nel consiglio di amministrazione della nuova creatura, la Calcestruzzi Ericina Libera Cooperativa. Mai una sbavatura né nella gestione della Calcestruzzi e neppure degli altri patrimoni, e non sono pochi, affidati al commercialista dai Tribunali di Palermo e soprattutto Trapani, ma anche dalla Procura trapanese. Fino al crollo della sua reputazione picconata, al lordo della presunzione di non colpevolezza, dai pubblici ministeri palermitani.

Secondo i pm Roberto Tartaglia e Annamaria Picozzi, Miserendino sapeva che Ferdico continuava a fare il padrone nel centro commerciale che gli era stato confiscato. Era uscito dalla porta per rientrare dalla finestra, servendosi di due teste di legno, incluso un bancarottiere, a cui Miserendino aveva affittato il ramo di azienda dei centri commerciali. Il commercialista, stando alle intercettazioni, preferiva non avere rogne e si sarebbe girato dall’altra parte di fronte alle nefandezze commesse da chi gli stava attorno. Lo avrebbe fatto in spregio del ruolo che ricopriva, infischiandosene delle direttive della stessa dottoressa Saguto che gli aveva ricordato per iscritto l’obbligo di allontanare Ferdico dall’azienda. Riteneva forse che nessuno lo avrebbe controllato, ed invece si sarebbe imbattuto nei finanzieri della Polizia tributaria, stimolati da un manager zelante e stanco di subire pressioni. “Sarebbe certo ridicolo che il custode avesse bisogno d’un custode”, scriveva Platone a cui va riconosciuta l’attenuante di avere vissuto troppi anni fa. Chi controlla il controllore?: il tema è di strettissima attualità. Dovrebbero essere i giudici delegati. Gli stessi che convocano le udienze, ascoltano le parti e i testimoni, leggono gli atti ed emettono i provvedimenti. Qualora il commercialista si sia davvero macchiato del reato di favoreggiamento resta da capire se lo abbia fatto per paura o per convenienza. Una questione che, una volta risolta, non lo assolverebbe da eventuali responsabilità e che non dovrebbe distogliere dal tema principale: che fine fanno i beni sotto sequestro?

La legislazione antimafia è stata mostrata come un simbolo dell’eccellenza tutta italiana. L’arma in più che gli altri Paesi invidiano alla lotta di casa nostra a Cosa nostra. L’esigenza di combattere la criminalità organizzata colpendo i patrimoni illeciti ha creato un’enorme macchina economica. Quasi 10.500 immobili, circa 4.000 beni mobili e oltre 1.500 aziende che valgono 30 miliardi di euro e che generano incarichi, polemiche e di recente anche inchieste. Ad occuparsene sono gli amministratori giudiziari fino alla confisca di primo grado, poi entra in gioco l’Agenzia nazionale per i beni confiscati, costola del ministero dell’Interno.

Il via libera al nuovo codice antimafia è arrivato – avrebbe sorpreso il contrario – fra le polemiche. È soprattutto l’estensione di sequestri e confische che ha inasprito i toni. La maggioranza parlamentare che lo ha approvato si gonfia il petto per avere turbato il sonno dei corrotti. Ma c’è un fronte del no che si ingrossa ogni giorno di più. Include Confindustria, l’unione delle Camere penali, giuristi e costituzionalisti, forze politiche e singoli magistrati che denunciano il dilagare della cultura del sospetto al posto delle regole del diritto, la volontà di parlare alla pancia del paese dando voce al giustizialismo.

Persino il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone ha sollevato più di una perplessità sull’opportunità di ampliare un sistema eccezionale di prevenzione per reati che hanno poco a che vedere con la mafia. Dall’altra parte della barricata c’è la presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi, secondo cui, il codice è “un regalo per il paese”. Il dibattito è aperto.

Nella logica emergenziale che guida troppo spesso il Paese il codice antimafia ha recepito anche la cosiddetta norma Saguto. I fatti di Palermo hanno suggerito la necessità di una pezza immediata per evitare che le misure di prevenzione continuassero ad essere un business per alcuni amministratori giudiziari, professionisti e consulenti. Lo spaccato emerso dalle indagini dei finanzieri è sconfortante. L’interesse pubblico sarebbe stato piegato alle esigenze private degli addetti ai lavori, toghe incluse, sulla base di una logica clientelare e spartitoria. In molti, a distanza di mesi, si chiedono perché mai ai protagonisti dell’indagine sia stato riservato un trattamento sanzionatorio fin troppo morbido. La vicenda Miserendino è divenuta occasione per ribadirlo.

Il nuovo codice obbliga alla rotazione degli amministratori giudiziari, da selezionare negli appositi albi, stoppa il cumulo degli incarichi, vieta le parentopoli, calmiera i compensi. Tutto giusto, tutto sacrosanto. Gli effetti saranno presto visibili e si aggiungeranno a quelli già ottenuti dal tribunale di Palermo per decisione dei successori di Saguto, tre da quando il giudice è stata sospesa. Resta da capire quale sarà l’impatto delle nuove norme sulla reale efficienza nella gestione dei patrimoni. Si corre il rischio di risolvere solo la questione, gravissima, dei singoli abusi, tralasciando le inefficienze dell’intero sistema.

Le aziende in amministrazione spesso falliscono. E non è sempre e solo colpa dell’incapacità, seppure molte volte riscontrata, degli amministratori. I costi della legalità sono insostenibili. Subentrare in un’azienda significa trovarsi di fronte al marasma contabile, ad una forza lavoro in nero, al mancato rispetto delle elementari norme di sicurezza, alle pressioni dei mafiosi che non hanno alcuna intenzione di cedere il passo. I sindacati si risvegliano per dare voce a legittime rivendicazioni, colpevolmente taciute. Non si parla solo di imprese. Alzarsi al mattino e andare a riscuotere l’affitto di una casa o l’incasso nel negozio in un quartiere difficile può non essere una passeggiata di salute. Senza contare l’impossibilità di accedere al credito. Lo Stato non è un buon socio per le banche che preferiscono girarne alla larga. Ottenere una fideiussione per partecipare a un appalto diventa un’operazione quasi impossibile. Con le nuove norme le aziende sequestrate per il proseguimento dell’attività potranno contare su un Fondo di garanzia (3 milioni di euro all’anno) e su un Fondo per la crescita sostenibile (7 milioni di euro all’anno). Dieci milioni in tutto, a molti appare nulla più che un pannicello caldo. Sono ben altre le risorse che servirebbero.

E poi ci sono i tempi dei processi che, ad oggi, restano infiniti come le perizie sui patrimoni commissionate dai Tribunali per verificare la sperequazione fra il volume d’affari e gli investimenti di un imprenditore. Dovrebbero essere pronte in pochi mesi ed invece slittano di anno in anno. Il nuovo codice prevede la trattazione prioritaria dei processi, la creazione di sezione specializzate nei tribunali e l’aumento del numero dei magistrati. Almeno così recitano le previsioni normative che, però, vanno applicate, e in fretta, alla vita reale. Perché la faccenda delle misure di prevenzione va affrontata non solo dalla prospettiva dello Stato, ma anche di chi subisce il sequestro. I proprietari dei beni hanno il diritto di avere una risposta celere. Bisogna evitare, ed è una priorità, che assistano inermi al depauperamento dei patrimoni.

Il codice prevede anche il rafforzamento dell’agenzia per i beni confiscati che finora ha fatto un onesto lavoro. Nulla di più. Non per demeriti, per carità, ma una manciata di addetti ai lavori non può certo contrastare con la mole di beni passati al patrimonio dello Stato. L’agenzia di oggi è una grande incompiuta. Senza contare che molti beni vengono assegnati a Comuni e associazione che, però, non hanno le risorse necessarie per strapparli all’incuria e all’abbandono. I patrimoni non sono più una risorsa, ma un fardello.

La legislazione antimafia, quella che tutti invidiano all’Italia, è piena di falle. Non bastano le parate dell’antimafia, la convegnistica di maniera, l’associazionismo che si fa impresa, le cerimonie di inaugurazione con telecamere al seguito a distogliere l’attenzione dai guasti di un sistema che non ha funzionato come avrebbe dovuto. Altrimenti i casi Saguto e Miserendino diventerebbero elementi di distrazione di massa. Tagliare i rami secchi serve a poco se persistono le inefficienze di sempre.


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