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L'estinzione degli alfaniani
Affondano anche i transfughi


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Non si salva nessuno degli uomini di Angelino e Casini. E ora il futuro è appeso a un filo.

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PALERMO – Tabula rasa. All'Ars non c'è più traccia di un alfaniano o di un casiniano. Come nel classico della Christie, “e poi non rimase nessuno”. Nessuno della nutrita pattuglia di Ap e Centristi della scorsa legislatura è riuscito a salvarsi. Né chi è rimasto né chi è scappato all'ultimo minuto cercando asilo nel centrodestra. Una Caporetto totale che non ha risparmiato i transfughi. Che oggi forse si morderanno le mani: fossero rimasti a casa, probabilmente la lista centrista avrebbe superato lo sbarramento, mancato per una manciata di voti e qualcuno di loro sarebbe potuto tornare a Sala d'Ercole.

La lista Ap-Centristi per Micari si è fermata al 4,18 per cento, ottantamila voti. Ne servivano centomila per superare lo sbarramento. E così tutti i candidati rimasti fedeli ad Alfano e Gianpiero D'Alia sono rimasti fuori dall'Ars. Come il presidente dell'Ars Giovanni Ardizzone, che non ha raggiunto per poco i cinquemila voti. Nella Messina di D'Alia, la lista ha ottenuto poco più di undicimila voti, poca cosa. Ha fatto meglio a casa sua Angelino Alfano. Ad Agrigento la lista di Ap ha ottenuto un discreto risultato ben al di sopra dello sbarramento. Tutto inutile: resta fuori Enzo Fontana e non ce la fa Giuseppe Marinello. A Catania vani sono stati i settemila e passa voti di Marco Forzese, uscente di D'Alia. Lì è più palpabile la disfatta degli alfaniani, nella provincia di Firrarello e Castiglione, la lista non ha fatto neanche il 4 per cento. L'apporto dei potenti suocero e genero a conti fatti è stato davvero poca cosa. Tutti fuori a Palermo, dove si era candidata l'assessora Carmencita Mangano. Niente da fare anche per Vincenzo Vinciullo, che ha sfiorato i settemila voti, spingendo la lista al 9 per cento, miglior risultato nell'Isola.

Ma anche ai transfughi della zona Cesarini è toccato andare a casa. Clamorosa la sconfitta di un campione delle preferenze come Nino Germanà, che aveva riparato in Forza Italia ed è stato travolto dal ciclone Genovese e battuto anche dall'avvocato barcellonese Calderone. Non ce l'ha fatta Giovanni Lo Sciuto, che a Trapani aveva chiesto asilo ai berlusconiani, ma è finito addirittura terzo. Non torna all'Ars nemmeno Piero Alongi, che si era buttato sull'Udc ma è finito dietro a Vincenzo Figuccia. Sarebbero bastate le preferenze di questi tre, se fossero rimasti con Alfano,  per superare lo sbarramento.

Fanno eccezione gli ex casiniani Orazio Ragusa e Margherita La Rocca Ruvolo, che hanno molllato i centristi a fine legislatura salendo sul carro del centrodestra e trovando la riconferma.

L'estinzione è totale. E ora le Politiche diventano un incubo. Alfano ieri ha detto che il dato siciliano è comunque sopra lo sbarramento del 3 che impone la legge nazionale. Ma arrampicarsi sugli specchi non basta. Il partito è attraversato da grande preoccupazione. A lanciare l'allarme, nel silenzio scioccato dei più, è stato il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Raffaele Cattaneo, secondo cui l’alleanza con il Pd in Sicilia «è stata innaturale e rifiutata dai nostri elettori». E ora, per l'evergreen Angelino, caduto fin qui sempre in piedi, la strada si fa quanto mai in salita.