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Sud grave, Sicilia gravissima
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Il ministro Barbara Lezzi e il presidente Musumeci

Sconfortanti i dati economici. I 5 Stelle dovranno dare risposte a chi li ha portati al governo.


Il ministro alla fine stavolta non c'era. Problemi di salute. Ma il tavolo Stato-Regione per fare il punto sull'andamento dei fondi europei in Sicilia ieri si è riunito lo stesso, anche senza Barbara Lezzi. L'incontro è stato positivo, i contenuti trasmessi al ministro che ha "ha apprezzato i positivi passi avanti soprattutto in tema di accelerazione delle certificazioni di spesa e della realizzazione delle opere, con particolare riferimento all'anello ferroviario". Quei passi avanti che Roma chiede alla Sicilia. Perché di tempo da perdere davvero non ce n'è. E il “protocollo di cooperazione rafforzata” firmato da Lezzi e Musumeci va seguito passo dopo passo per scongiurare la perdita dei fondi, sui quali la Sicilia è chiamata a una rincorsa al cardiopalma. Per scongiurare l'ennesimo disastro, che griderebbe vendetta al cielo in un contesto economico come quello in cui l'Isola continua a ristagnare.

La fotografia del disastro meridionale, e siciliano in particolare, l'ha scattata giusto questa settimana lo Svimez. L'istituto di ricerca sul Mezzogiorno nel suo Rapporto 2018 conferma che l'Italia torna lentamente a crescere sì, ma a due velocità: il dualismo Nord-Mezzogiorno, infatti, si accentua. Ed è soprattutto la Sicilia la regione meridionale che cresce meno (dopo il Molise), segnando un rallentamento rispetto a Calabria, Sardegna e Calabria. Se nel 2017 queste ultime hanno sfiorato un tasso di crescita del +2%, l’Isola invece si è fermata allo +0.4%. Numeri nefasti soprattutto per i giovani, tanto da far parlare di “drammatico dualismo generazionale”.

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. Così lo studio dello Svimez. Che racconta di un Sud che si desertifica. E chi fa peggio di tutti in questa classifica dello svuotamento? Proprio la Sicilia, la regione dove l'emorragia è dirompente.

I siciliani se ne vanno. E mentre il dibattito pubblico si concentra sull'immigrazione, è l'emigrazione in realtà la vera piaga dei nostri tempi in Sicilia. Un fenomeno che non può stupire. Il Pil siciliano pro capite è la metà rispetto a quello del Nord (17 contro 34mila euro). Solo l'edilizia in Sicilia ha perso 80mila posti in dieci anni: un'ecatombe. E così solo nel 2017 se ne sono andate dalla Sicilia 16.700 persone. Il direttore dello Svimez Luca Bianchi parla al riguardo di “grave depauperamento sociale”. Ci sono paesi che hanno tanti residenti all'estero quanti in Sicilia. Ad Aragona ad esempio ci sono 9.600 residenti, altri 8.000 vivono all'estero.

In un quadro simile, non può sorprendere che il numero di persone che beneficiano del Reddito di inclusione (64mila famiglie lo percepiscono), misura di contrasto alla povertà assoluta, nell’Isola sia il secondo più alto d’Italia, come rimarcava in questi giorni una nota del cartello 'Alleanza contro la povertà in Sicilia'.

Il quaderno delle doglianze è infinito. Le infrastrutture sono sempre ai primi posti. Lo ha ricordato ancora in settimana l'Anci Sicilia. “Gli amministratori siciliani sentono forte il disagio legato al profondo stato di degrado del sistema di viabilità autostradale e secondario siciliano fatto di strade dissestate, autostrade a una corsia per deviazioni e restringimenti di carreggiata, vegetazione incontrollata, che ostruisce pericolosamente la visibilità e gallerie in cattivo stato e poco illuminate e denunciano una situazione viaria drammatica sulla quale bisogna intervenire in maniera tempestiva” . Così Leoluca Orlando e Mario Emanuele Alvano, presidente e segretario generale dell'associazione dei Comuni, che auspicano “che Enti locali e Regione siciliana facciano fronte comune per chiedere allo Stato fondi adeguati che permettano interventi infrastrutturali che rendano una mobilità più agevole e sicura in tutta l'Isola”. Sul tema si è fatta sentire in questi giorni anche Sicindustria, che con il vicepresidente Alessandro Albanese ha chiesto a Musumeci un “master plan della logistica”: “Siamo consapevoli che il problema non è rappresentato dalle risorse, che ci sono, ma dalla qualità della progettazione che troppo spesso è stata assente. Finora si sono preferiti interventi spot a politiche di sviluppo concrete. La Sicilia deve certificare e rendicontare una spesa di oltre 700 milioni di fondi Po Fers 2014-2020 entro il 31 dicembre e la fetta più rilevante è rappresentata da infrastrutture ferroviarie e autostradali”.

Già i fondi europei. Il refrain è sempre lo stesso: evitare che siano un'occasione perduta. “Sono appesi a un filo da 200 a 400 milioni di euro”, ha detto in questi giorni il deputato regionale del Movimento 5 Stelle Luigi Sunseri, al termine della seduta di commissione Bilancio, che ha fatto il punto sulla certificazione della spesa dei fondi europei. L'obiettivo proibitivo ammonta a 700 milioni da spendere da qui a fine anno. Il tavolo di Palazzo d'Orleans ha fatto un primo punto. Dopo l'estate scatterà la full immersion. Il ministro Lezzi, dei 5 Stelle, predica di voler accelerare. Un flop al sud, granaio di voti dei grillini, non sarebbe certo uno spot auspicabile. Tanto più che l'alleato Salvini ha comprensibilmente ben altre priorità..

Il Mattino di Napoli venerdì ha scritto di uno "scambio" tra pentastellati e Carroccio: “Ingoiare il boccone amaro del decreto Dignità per portare a casa qualcosa che vale cento volte di più: l'autonomia sprint di Veneto e Lombardia”. Un do ut des che secondo il quotidiano di Napoli “corre di bocca in bocca tra i parlamentari leghisti del Nord e tra gli esponenti territoriali della Confindustria. Uno scambio che ha come vittima sacrificale il Sud, il quale non guadagna dal decreto Dignità e ha tanto da perdere dall'autonomia differenziata”. Proprio come qualche giorno fa sottolineava l'ex governatore Raffaele Lombardo commentando, a proposito di autonomismo, i piani di Lombardia e Veneto, che potrebbero ritorcersi contro il Mezzogiorno. A quel punto, ai Cinquestelle resterà magari il vessillo del reddito di cittadinanza. Non basterà. Anche perché di questo passo non resterà nessuno a chiederlo nel deserto della Sicilia svuotata.