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La luminaria

'Minchia' può essere arte?
Ecco cosa rispondono


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Il dibattito sulla luminaria 'dello scandalo'. Parlano gli intellettuali.

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PALERMO- Può una luminaria diventare oggetto di discussione artistica e filosofica? Sembra di sì. “Aihcnim” è un nome che potrebbe non dirvi nulla, ma basta leggerlo al contrario perché vi si palesi agli occhi l’opera apparsa in via Alloro 108/110, a Palermo. Accesa per la prima volta nel giorno della visita di Papa Francesco, l’opera di
Fabrizio Cicero prodotta da Andrea Schiavo H501 campeggia nel centro storico. È curata da Bridge art per “Border crossing”, progetto collaterale di Manifesta 12, ma molti non ci vedono altro rispetto a ciò che è: un’insegna luminosa che recita “Minchia”.

Insomma, la luminaria di Cicero è arte o no? Lo abbiamo chiesto ad alcuni palermitani che di arte e società se ne intendono. Roberto Alajmo, dal 2013 direttore del Teatro Biondo di Palermo, dice con franchezza: “Non l'ho vista dal vivo ma solo in foto, magari la resa dal vivo sarebbe un'altra cosa. Mi limiterò a una risposta generica: l'arte contemporanea è tutta giocata su un crinale che separa il capolavoro dalla minchiata”.

Per Alajmo il confine è talmente sottile che non è facile entrare nel merito, ma di una cosa è certo: “Aihcnim” non lo scandalizza. “E non la vedo nemmeno come fine a se stessa – prosegue – anzi ci vedo degli obbiettivi. E probabilmente l'obbiettivo ultimo è proprio questa nostra conversazione. Però ho l'impressione che rimanga tutto in superficie, solo abbozzato... Detto questo, Ho visto cose più brutte”.

Ha visto di peggio anche Giuditta Perriera, attrice: “Riconosco di non avere i titoli per dire cosa sia arte e cosa no... Ma questa luminaria mi fa sorridere, dai”...Tutto qua? “Non riesco a dare altro significato! D'altronde c'è arte che fa ridere ed è pur sempre arte, no?”. Per Perriera il problema è alla base, ed è di carattere creativo: “Ormai l'arte contemporanea è talmente 'mischiata' che non sanno più cosa inventare. L’artista ritiene ‘minchia’ un messaggio trasversale? Mi auguro che la sicilianità sia rappresentata meglio altrove, altrimenti siamo messi male”. Nessun significato intrinseco, nessuna dietrologia: “Io continuo a prenderla come pura provocazione e pretesto per attirare l’attenzione – conclude l’attrice –. Non mi fa né caldo né freddo, ecco, questo può essere il mio ‘giudizio’”.

Non le manda a dire Davide Enia, drammaturgo, attore teatrale, scrittore e regista: “Abbiamo sicuramente un manufatto che ha della sapienza nella sua realizzazione, se parliamo di artigianato. Ma se per arte riteniamo un’opera che sottende e comunica la visione dell’artista, domande, dubbi, che arriva in anticipo sul tempo... Non lo è. Punto”. Piuttosto, Enia ritiene più opportuno spostare l’attenzione altrove: “L’operazione di Cicero in sé è semplice, mentre è molto più avvilente il preoccuparsene. Se la parola- contenitore ‘minchia’ scatena perdite di tempo, tolto a temi più urgenti, c’è un problema”.

O forse anche più di uno: “Per esempio lo scollamento fortissimo tra il messaggio del Papa e il comportamento della politica. Professarsi cristiani ma agire da paramafiosi, o peggio ancora essere mafiosi, genera un conflitto che difficilmente si può risolvere se non si elabora. Tutto questo parlare della questione ‘minchia’ potenzia solo il rumore di fondo, distrae”.

Per nulla scandalizzato nemmeno Augusto Cavadi, filosofo, blogger e penna di LiveSicilia.it, che ragiona sulla natura della curiosa opera, già oggetto di ogni tipo di commento: “Se c’è un dubbio indissolubile sul quale la filosofia si interroga da sempre, è questo: c'è un limite entro il quale siamo nell'artigianato ma oltre il quale entriamo nell'arte? Questa luminaria percorre quel filo sottile”. Cicero non ha definito la propria opera una provocazione, ma un inno al sacro scrivendo in cielo una parolaccia illuminata. “Io, banalmente, direi che si tratta di esporre qualcosa nel momento in cui l'attenzione mondiale è concentrata su Palermo – taglia corto Cavadi –. È l'unico motivo per cui è successo ora e non in altri momenti. Dirne altro sarebbe un po' sopravvalutarla”.

Non esattamente un’apologia, ma la luminaria e il suo artista non ne escono del tutto sconfitti: “Bisogna dar atto che stiamo parlando di una parola simbolo della cultura siciliana – conclude – certamente molto meglio di ben altre parole che cominciano con la M, come mafia”.