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La madre uccisa e le "falsità"
"Mi creda, io vi dirò tutto"


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Dal giorno del suo pentimento Johnny Lucchese svela le dinamiche del feroce clan palermitano di Brancaccio.

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PALERMO - "Purtroppo fanno questa vita, con tutto quello che hanno passato, quello che stanno passando e quello che dovranno passare". Johnny Lucchese, arrestato nel luglio dello scorso anno e neo collaboratore di giustizia, prende le distanze dalla storica famiglia di Brancaccio e vuota il sacco.

Le sue rivelazioni descrivono un clan ancora ben organizzato, che basa i suoi affari su "attività" da sempre tramandate, come il lotto clandestino, uno dei principali business per rimpinguare le casse. Spiega ai sostituti procuratori di essere stato traumatizzato dalla morte della madre, e in merito al responsabile, conferma: "Mio zio, fratello di mio padre. Giuseppe Lucchese".

Si tratta di "Lucchiseddu", feroce killer di Cosa nostra autore di decine di omicidi, tra i parenti stretti tirati in ballo dal nuovo collaboratore di giustizia che sta facendo nomi e cognomi che fanno tremare il clan. Quest'ultimo spiega ai sostituti procuratori di essere cresciuto a pane e mafia, ma di aver deciso di voltare le spalle ai meccanismi che "sono tutta una falsità". Aveva soltanto quindici anni quando nel 1987 lo zio uccise sua madre, Luisa Provvidenza Grippi. Era il giorno di Ferragosto quando la donna stava comprando dei dolci al bar Alba di piazza don Bosco.

Si avvicinarono due giovani con caschi integrali che simularono una rapina, uno dei due minacciò la cassiera e si fece consegnare i soldi, l'altro si impossessò della borsa della madre di Lucchese, scaraventandola per terra. Le puntò la pistola alla testa e sparò.

Jhonny Lucchese ha riempito verbali su verbali dal giorno del suo pentimento, comprese altre tre pagine che sono state omissate dopo avere confermato ai sostituti procuratori il nome dello zio: è probabile che abbia raccontato un altro pezzo terribile della storia di Cosa nostra che lo riguarda direttamente.  Quando gli viene chiesto il perché della sua decisione, precisa: "Si pensa soltanto ad avere potere, vivono per il potere, per essere, diciamo, i numeri uno in queste cose, cioè vivono per essere protagonisti in queste situazioni". E alla domanda "Che rapporto ha con suo padre? (Nino, condannato all'ergastolo, ma ai domiciliari per motivi di salute, ndr), Lucchese risponde: "Con mio padre, con mia suocera, con mio cognato, sono delle persone che, praticamente non lo so, che mi fanno...non c'ho un rapporto bello, perché non ci capiamo. Io sono contro, loro sono rigidi, l'hanno innata questa forza di...dentro di me c'è stata sempre una ribellione contro di loro, dentro il mio cuore, ma sempre. Mi è nata da ragazzo questa cosa, non mi ci trovavo sotto questo punto".

Dopo la lettura degli obblighi a cui dovrà rispondere in quanto collaboratore di giustizia, Lucchese sottolinea: "Mi creda, io le dirò tutto" e quando comincia a parlare dei rapporti con gli affiliati alla cosca, aggiunge: "Li allontanavo, diciamo, questo è il senso. Però poi con gli anni, giustamente, si va crescendo e magari mi vado fortificando, non glielo so spiegare...perché magari prima ero più leggero su tante cose, ero un po' più menefreghista, però, diciamo, quello che so, so, perché sono realtà di quello che ho visto o di quello che posso sapere".