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L'analisi

Orlando che non smette di ballare
Ma Palermo non lo segue più


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Un video virale. Una danza sfrenata e ironica del sindaco. E una possibile morale della favola.


Di Leoluca Orlando che balla - ammettiamolo, maluccio - sul palco dello Spasimo, in un video virale, poiché tutti hanno preso la febbre di contestarlo, si potrebbe dire, con più di un pizzico di volgarità, che ricorda certe narrazioni del Titanic. Quelli si davano alle danze, mentre la grande nave affondava. Ma sarebbe appunto un espediente grossolano la comparazione di un vorticare autoironico al dimenarsi di Palermo che annega nei suoi problemi e nei suoi liquami: chi vuol esser lieto sia, senza colpa alcuna.

Eppure, intorno alla medesima coreografia, si potrebbe azzardare un giudizio politico ed estetico sul personaggio che riluce in ogni circostanza. Nessuno è come lui. Nessuno, come il Sinnacollanno, è capace di scegliersi il palcoscenico su cui puntare i riflettori, affinché lo sguardo sia discosto dal resto.

Infatti, qui saltelli, quel tip tap, quel roteare delle mani a tempo di musica altro non compongono che un espediente drammaturgico. Guardate me, non curatevi di chi afferma che lo sfascio sia il nostro compagno di viaggio, tra borgate sommerse dall'acqua e revisori dei conti con la matita blu. Guardate me, io ancheggio felice, sono una gioiosa macchina di distrazione, con tutta la mia età, con tutti i miei sbagli e i miei acciacchi. Sicché, agli antipatizzanti verrebbe quasi di rispolverare il motto che la crudele formica oppose alla cicala intirizzita dal freddo invernale, dopo un'estate di spensieratezza: hai cantato, mia cara, adesso balla.

Ma se c'è una morale è proprio quella già adombrata: i cambi repentini di scena, ecco la pietra filosofale dell'orlandismo, la sua alchimia, il segreto del suo successo.

Tutti abbiamo memoria del giorno in cui un giovanissimo Leouca si presentò, col suo ciuffone da sfrontato, in tv, per proclamare sé medesimo alfiere della rottura con un un passato che non passava mai. Né abbiamo dimenticato l'espressione ieratica nel pronunciare l'anatema: “maledetto il fico sterile” che inquadrava il sentimento della rottamazione, mentre Matteo Renzi giocava ancora con i boy scout. In seguito, il protagonista di quella memorabile drammaturgia è diventato egli stesso monarca, democraticamente rieletto, di un regno pluriennale, con i suoi vassalli e i suoi cortigiani, con un cerchio magico, con le sue mura di cinta per la difesa. Contraddizione? No, ragazzi, cambio di scena.

E come scordare – in via esemplificativa - l'altro famoso monologo, al cospetto della compianta Rita Borsellino. Il Professore chiarì che non si sarebbe candidato alle comunali del 2012: “ve lo canto in aramaico”, ghignò ai cronisti presenti. Però, quando Fabrizio Ferrandelli, l'angelo ribelle, vinse le primarie contro la sorella di Paolo, il suddetto scese in campo con tutto il suo peso. Incoerenza? No, spiegabilissimi motivi politici. Un ulteriore cambio di scena.

Il palco, con le sue quinte mobili, è la tana di un siffatto, prodigioso, animale politico. Palco per distogliere. Palco per mutare abito a seconda dell'occasione. Palco per starci comodi, con il carisma di un consumato mattatore. Lassù, risplende, innegabilmente, lo scintillio di un talento quasi mai estraneo a contenuti di spessore, circondato da molta astuzia, condito da tanta furbesca sapienza.

E' sempre lui, il Sinnacollanno - anche così è noto - a convocare o a elidere chicchessia nel suo spazio artistico, nel manuale del gradimento, accanto ai suoi vestiti nuovi. Ieri, 'Luca', archetipo e titolo, era soprattutto il nume antimafioso che condivideva gli applausi con altri, immediatamente ridotti a comparse. Oggi è il protettore dei migranti, il difensore degli stranieri, un'operazione culturale meritoria che lascia intravvedere la sceneggiatura di futuribili teatri da edificare altrove. E se c'è sciarra col premier Giuseppe Conte, con tanto di strappo istituzionale a Brancaccio, è quest'ultimo a sparire dall'orizzonte, soverchiato perfino da un'assenza.

Niente precipita, nulla va mai male nelle favole della buona notte che il primo cittadino d'affezione sussurra da anni, con piglio carezzevole, alle orecchie dei suoi concittadini. E comunque c'è il vertice di maggioranza, di rito democristiano, per calmare l'incandescenza degli animi.

Siamo capitale della cultura, così pare di scorgere la gobba di Giacomino Leopardi, affranto, accanto al cassonetto stracolmo. Saremo – perbacco! - capitale della scherma, per abbondanza di trofei. E come non immaginarli tutti quegli spadaccini che irrompono, da via Cavour alla Marina, in falange, pur di sfidare a duello la mafia dei posteggiatori abusivi. Così sembra una piacevolezza, una goduria, ballare tutti insieme su quel palcoscenico con il sindaco; accalcarsi, abbracciarsi e vibrare di amore universale con appena un afrore di rifiuti solidi urbani in dissolvenza sullo sfondo. E che sfondo.

Perché poi c'è l'altra Palermo, la metropoli delle puzze, della munnizza, del caos, del ciaffico, dei disagi, della pioggia che tutto allaga, dell'infelicità che tracima. A margine di ogni spettacolo, si avverte il gemito della città abbandonata, concreta e tremenda. Quella che respira a fatica, pagando assai caro il biglietto del suo show. Quella presa per sfinimento, nella sua notte, che, ormai, alle favole non crede più.