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Civico, ricordi e lacrime
I reduci della gentilezza


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La camera mortuaria del Civico (foto d'archivio)

Si sono riuniti. Quanti erano? Non importa. Quello che conta è altro.

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La camera mortuaria dell'ospedale Civico è il domicilio di una strana speranza che sgorga dalle lacrime. Qui, ogni cronista, da giovane, impara a confrontarsi con il dolore che si racconta e – se è appena appena attento – quella lezione non la dimentica più. Si sovrappongono le dissolvenze di storie lontane. La bambina che era caduta dal balcone, inseguendo una farfalla a primavera, e il padre le infilò le scarpe ai piedi, quando già la tragedia si era consumata, come per richiamarla al passo degli esistenti. Il presunto custode, chissà dov'è finito, che commentava: “Caro signore, io non mi spavento dei morti, io mi scanto dei vivi”. E tanto altro ormai rappreso in taccuini dimenticati.

Ora c'è Francesco Pignato, alla camera mortuaria, vittima di una fine inattesa. Chi fosse è stato fissato sulla pagina da un articolo delicato e preciso di Roberto Immesi: un uomo buono che rilasciava, intorno a sé, secrezioni umorali, talvolta, brusche. Era il suo modo di difendersi. Francesco non ti dichiarava mai la guerra cinica e senza quartiere degli adulti, al massimo c'era lo spazio di una sciarra con l'identico candore dei bambini.

Qui, alla camera mortuaria, è accorsa una minuta porzione di città che merita una annotazione a parte, per la cronaca e forse anche un po' per la storia: sono i reduci della gentilezza che commemorano una persona gentile, sono quelli mai arresi alla ferocia che domina, ormai, ovunque. Ci sono ex assaltatori del cielo stancati dall'incedere faticoso della terra e anime che non hanno rinunciato a nessuna minoranza coraggiosa, nemmeno a quella del cordoglio di un loro simile.

Ci sono Valentina Chinnici e Barbara Evola, entrambe ragazze impegnate, di fede, e non importa che siano differenti in ciò che credono, credendo. C'è Alberto Mangano: è stato lui a soccorrere, spesso, Francesco, nelle traversie di un'esperienza difficile. Eppure, schiva il suo merito con garbo, preferendo lo spessore di una memoria non semplice, intessuta di fratture e ricomposizioni. Non è in fondo la storia di tutti? E ci sono profili di ex giovani con la pancia, stempiati, che rammentano le parole di un poeta che non si studia a scuola: “La mia ombra è l'ombra di un giovane. Ma anche io sono l'ombra di un giovane”.

E sarebbe ingeneroso limitare questa città di reduci della gentilezza – di persone che si ostinano a essere gentili, che non significa arrendevoli - alla ridotta della nostalgia, perché è la sua resistenza presente la sostanza di cui si nutre, non l'amarcord.

Intanto, dalle altre stanze, arriva l'eco di altre lacrime e di altre storie. Siamo alla camera mortuaria del Civico, dove ognuno riscopre se stesso fragile, esposto alle intemperie, per assonanza o coinvolgimento personale. Qui il dolore pianta, ogni giorno, le sue bandiere, circondato dalla strana speranza della vita che non smette di vivere.