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Lacrime, silenzi e controaccuse
I presunti boss davanti al giudice


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Settimo Mineo

Interrogatori di garanzia per i fermati del blitz contro la nuova Cupola della mafia palermitana.

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PALERMO - “Non dormo da due giorni”, dice Francesco Colletti al giudice per le indagini preliminari durante l'interrogatorio di garanzia. Il boss di Villabate si avvale della facoltà di non rispondere, ma lascia trasparire disagio e stanchezza.

La scoperta di essere stato intercettato deve pesare come un macigno. Se Colletti non avesse parlato troppo con il suo autista, Filippo Cusimano, dentro una Fiat Panda, non si sarebbe scoperto che i boss avevano convocato la nuova Cupola, presieduta dal capo mandamento di Pagliarelli, Settimo Mineo.

Ci sono 47 persone da interrogare, tanti quanti sono i fermati. La reazione davanti al giudice riserva conferme e sorprese. Settimo Mineo e il boss di Porta Nuova, Gregorio Di Giovanni, non si scompongono. “Intende rispondere?”, chiede il gip Filippo Serio ad entrambi. Il “no” è secco e non lascia trasparire emozione.

Tocca a Massimo Mulè, accompagnato dall'avvocato Giovanni Castronovo, che nega di conoscere Colletti. Perché mai il boss di Villabate gli attribuiva un ruolo di primo piano a Ballarò? “E che ne so, da quando sono stato scarcerato mi sono dedicato alla mia famiglia, al mio lavoro, ho conosciuto mia moglie e ho un figlio, essere messo di nuovo in questa situazione mi fa stare male. Sono sempre sui giornali ed è normale che la gente parli di me, ma io non c'entro niente”.

Anche Filippo Bisconti risponde. Nega l'accusa di essere il capo mandamento di Belmonte Mezzagno-Mislimeri e di avere partecipato alla riunione della nuova commissione. Mineo? “L'ho conosciuto tanti anni fa in carcere e quando l'ho visto nella gioielleria (Mineo ha un negozio in corso Tukoy, ndr) l'ho salutato”, spiega Bisconti. E Colletti? “Lo conosco, per me è una persona pulita”. Che però lo piazza nella nuova Cupola. Perché il boss di Villabate avrebbe dovuto attribuirgli un ruolo così importante? ”Chiedetelo a lui”, taglia corto Bisconti. E la riunione del 29 maggio? “Non ci sono andato, né in quella né in altre. Avete le mie conversazioni telefoniche. Ditemi dove è stata questa riunione?”.

Il luogo non si conosce. Ed è uno dei punti su cui si fonda l'opposizione dell'avvocato Jimmy D'Azzò alla convalida del fermo. Non solo: il legale contesta la contraddizione che emergerebbe dalle intercettazioni sul suo ruolo di capomafia. Non c'è univocità. Bisconti contesta anche le dichiarazioni dei pentiti Antonino Zarcone e Sergio Flamia. “Sono le stesse di una precedenza inchiesta archiviata”, dice il legale. I carabinieri del Ros lo hanno fotografato mentre accedeva in un bar nel Catanese erano presenti altri mafiosi. Un summit? “Vado spesso a Catania per lavoro - ribatte Bisconti - e sono entrato al bar per un caffè”.

Drammatico l'interrogatorio di Rosalba Crinò, la figlia di Maurizio, ritenuto affiliato alla famiglia di Misilmeri. È accusata di concorso esterno in associazione mafiosa perché considerata la cassiera della famiglia mafiosa: “Ha risposto a tutte le domande - spiega l'avvocato Giuseppe Minà - era inconsapevole che le persone con cui risulta avere avuto rapporti fossero affiliate alla mafia”. E i soldi di cui si parla? "Si tratta di pagamenti regolari per la vendita di una palestra. Siamo fiduciosi di avere chiarito tutto”. Entro domani si attende la convalida del fermo.