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ALLEANZE MAFIOSE

Palermo, Catania, Enna e Agrigento
Il grande summit dei boss al bar


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A rappresentare i palermitani c'era Filippo Bisconti, uno dei capi della Cupola. Una pista porta a Messina Denaro.

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PALERMO - Arrestato e condannato, poi di nuovo arrestato ma assolto. Sono anni che la cronaca giudiziaria si occupa di Filippo Bisconti. Ora si scopre che sedeva al tavolo della nuova Cupola di Cosa nostra. Era il capo del mandamento di Belmonte Mezzagno.

C'è molto di più, però, della sua partecipazione alla riunione del 29 maggio in cui nasceva la mafia 2.0. Negli ultimi anni, infatti, Bisconti ha fatto da cerniera fra le province di Palermo, Trapani e Catania. Un ruolo sovraordinato il suo,  di cui è ben consapevole Sergio Macaluso, il pentito di Resuttana che per primo ha parlato dell'esistenza della nuova commissione.

Il 13 aprile scorso Macaluso spiegava che Bisconti “è stato messo nella commissione provinciale per occuparsi dei mandamenti. Pensavamo che lo avesse messo Matteo Messina Denaro come persona di fiducia perché si occupava anche di Trapani. A parte della serietà della persona, lui si occupava delle problematiche dei paesi della zona di Trapani ad esempio Cinisi, Trapani e Partinico, sino ad Alcamo. Ci diceva che tutto doveva passare da lui".

Tra i mafiosi era maturata la certezza che "l'incarico poteva essere dato solo da Matteo, vista l'importanza del ruolo. Lui, Bisconti, però non lo ha mai detto esplicitamente”.

Bisconti, secondo i carabinieri del Nucleo investigativo, era l'alter ego di Salvatore Sciarabba, altro nome storico del mandamento di Belmonte Mezzagno, e pure lui fermato su ordine della Procura della Repubblica. Sciarabba era vincolato dall'obbligo di soggiorno a Palermo e così avrebbe delegato i poteri di rappresentanza a Bisconti soprattutto in trasferta.

Come quella che lo condusse a Catania nel febbraio 2016Fu un "summit interprovinciale”. Quel giorno una Bmw partì in direzione Catania. A bordo c'erano Antonio Giovanni Maranto (uomo forte a San Mauro Castelverde, arrestato nel maggio successivo all'incontro e condannato alcuni mesi fa), Filippo Di Pisa (arrestato nel blitz di due giorni fa e affiliato alla famiglia di Misilmeri) e il messinese Santo Di Dio.

L'appuntamento era fissato al bar “Pigno d'Oro”. I carabinieri del Ros di Catania si appostarono all'esterno del locale. Annotarono la presenza di “esponenti di spicco delle famiglie mafiose”: Giovanni Pappalardo di Catania, Giuseppe Costa Cardone di Catania, Calogerino Giambrone di Cammarata, Domenico Maniscalco di Sciacca, Giuseppe Marotta di Pietraperzia, Giuseppe Benigno e Filippo Bisconti di Belmonte Mezzagno.

Fu Bisconti ad accorgersi della presenza delle forze dell'ordine. Maranto, che diede subito la colpa ai catanesi, doveva consegnare qualcosa a qualcuno: “... glielo lascerei a lui stesso questo coso”. Ma, sentendosi braccato dalle forze di polizia (“c’è l’opera”), decise di allontanarsi. Quando Bisconti arrivò la riunione era già in corso. Lui sentì subito puzza di bruciato e fece finta di prendere solo un caffè.

Dalle parole di Maranto e Di Pisa emergerebbe che dentro il bar c'era pure Francesco Santapaola che sarebbe stato arrestato nell'aprile dello stesso anni. Pochi mesi fa Francesco Colletti, capomafia di Villabate, ha fornito un riscontro al ruolo ricoperto da Bisconti di ambasciatore lontano dalla provincia di Palermo: “... lui mi deve indicare con chi deve andare a parlare”. “Con Catania”, aggiungeva il suo autista Filippo Cusimano.

Le relazioni di Bisconti erano già emersi nel 2013. C'erano stati degli incontri fra boss palermitani e agrigentini. Incontri forse voluti da Matteo Messina Denaro. I militari seguivano Cosimo Michele Sciarabba, figlio di Salvatore, che dopo avere parlato con Alessandro D'Ambrogio, boss di Porta Nuova, partì alla volta di Agrigento in compagnia di Gaetano Maranzano, arrestato assieme a Sciarabba in un’operazione della Squadra mobila e indicato come il capo della famiglia mafiosa di Cruillas. Saranno fotografati in aperta campagna, nella zona di Sambuca di Sicilia, assieme a Leo Sutera, il boss che leggeva i pizzini di Matteo Messina Denaro, e ad un quarto uomo: Filippo Bisconti. Discutevano e leggevano qualcosa. Erano ancora lontani i giorni in cui, lo scorso maggio, Bisconti partecipava alla riunione della Cupola del dopo Riina, con il ruolo di capo mandamento di Belmonte Mezzagno.