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"Quel bambino sarà un ladro"
La vera storia del presepe


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Dio si è avvicinato tanto al mondo da farsi accarezzare.

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Qualche giorno prima di Natale mi sono fermato e ho fatto qualcosa che non facevo da tempo. Ho guardato il presepe. “Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio” (Lc. 2, 4 – 7).

Questo vangelo di Luca è il primo presepe. Non trovate questo racconto negli altri vangeli. Sono poche parole, quattro versetti, che hanno sconvolto la storia. È un vangelo che sembra smentire se stesso. Quale buona notizia potete trovare in una storia di abbandono? Una madre costretta a partorire dove dormono gli animali, un bambino che nasce nella notte dell’inaccoglienza. Non si vede Dio, in questo affresco. O meglio, diranno che Dio è presente in quel bambino. È quel bambino.

Che storia assurda. Tanti, di fronte a questa storia, sono passati oltre, scuotendo la testa. Anche due viandanti, quella sera, a Betlemme, passano davanti alla mangiatoia. E scuotono la testa.

'Hai visto? Cosa? Quei due che sono entrati nella stalla. Ah, sì. È tutta la sera che cercano un posto. Questo censimento dei romani ha fatto arrivare un sacco di gente da fuori. Già. Betlemme si è riempita di vagabondi. Anche a me hanno chiesto dove potevano andare a dormire. La donna è pure incinta. Davvero? Sì. E le manca poco. Scommetto che nasce questa notte. Che razza di marito lascerebbe partorire sua moglie in una stalla? Io no di certo. Nemmeno io. Sarà un’usanza delle loro parti (ride). Già, si vede che amano la compagnia delle bestie'.

I due si allontanano ridendo sguaiatamente. C’è un gran via vai, quella sera a Betlemme. I due viandanti non hanno tanto torto. Una gran confusione. Troppa, per una piccola città.

Anche due donne vedono quella famiglia entrare nella stalla. 'Ma ti pare sensato che una donna si metta in viaggio in quello stato? A me no, però forse non poteva farne a meno. Sai, il censimento…'. L’amica continua a parlare, senza ascoltare. 'Donna, poi. Mio marito, mi ha detto che è appena una ragazzina. Dici davvero? Te lo giuro su Gerusalemme. Chissà se sono davvero sposati. Anche noi eravamo molto giovani, quando ci siamo sposate. Cosa c’entra? Le nostre sono famiglie per bene. Che razza di donna andrebbe a partorire in una stalla? Se nessuno ha voluto accoglierli, da qualche parte dovevano pure andare, no? Al giorno d’oggi, non sai chi puoi metterti dentro. Sorridono sdolcinati e poi… vai a sapere cosa nascondono. Sarà, ma a me un po’ dispiace per loro. Forse è solo povera gente. E poi mi dispiace per il bambino. Ti pare giusto nascere tra gli animali? Cara mia, sei troppo buona, tu. Questa gente è abituata così. È il loro modo di vivere. Anzi, i loro figli crescono più forti, proprio per questo. Se sopravvive, il bambino diventerà certo un ladro. O un bandito'.

Le due donne si allontanano. Non resta nessuno per strada. Solo gli angeli e le prostitute abitano la notte. Lo sanno bene i profeti: “Prendi la cetra, gira per la città, prostituta dimenticata, suona con abilità, moltiplica i canti, perché qualcuno si ricordi di te” (Is. 23, 16). Dio, diceva Thomas Merton, è il Dio del povero. Forse, per avvicinarci al mistero del Natale, bisognerebbe guardarlo con gli occhi di Francesco di Assisi, il vero inventore del presepe, che amava i poveri e i piccoli. Dio, l’Altissimo, si è manifestato come il non-accolto.

Si è addossato tutta la fragilità di questa nostra vita, che talvolta ci appare tanto insensata, nell’angoscia per il futuro o nella nudità della malattia. E poi, improvvisa, una mano che non ha paura del contatto con la tua pelle, come la carezza di una figlia verso il padre ammalato. Solo così possiamo intuire perché il Natale è la Festa delle feste. Possiamo percepire il perché di quella dolcezza, che si riversa nel cuore dei mistici al solo pronunciare il nome di Gesù. Non c’è abisso, tra noi e Dio. Non esiste il nulla. Dio si è avvicinato tanto al mondo da farsi accarezzare.