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LIMAS SODA

I "terroni" possono votare
ma non pensino di decidere


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Cosa c'è dietro al titolo di Libero "Terroni al comando". La strategia leghista.


Dei 29 presidenti del consiglio che si sono alternati in 73 anni di storia repubblicana appena otto sono nati più a sud di Roma. Sarà quindi l’eccezionale evento che vede sia la Presidenza della Repubblica che la Presidenza del Consiglio dei ministri entrambe cariche rette da due uomini nati nel mezzogiorno che ha allarmato Libero, tanto da uscire nelle edicole con un roboante “comandano i terroni”. Ma non è il termine "terrone" la parte offensiva nella lettura del titolo del giornale di Feltri. L’uso del termine dispregiativo non fa altro che confermare il discutibile gusto della provocazione gratuita, e spesso volgare, che tante altre volte abbiamo potuto osservare sparata a caratteri cubitali su quel giornale. Il problema o, se preferiamo, l’elemento di offesa va ben oltre e più in profondità dell’uso del termine terrone.

Per Libero, da sempre vicino alle posizioni più estreme della destra di questo paese ed ora incarnate dalla lega di Salvini, l’allarme è tale da richiamare il nord tutto, soprattutto quello più profondo e tradizionale roccaforte della Lega, ad una mobilitazione. Per quel nord il mezzogiorno è strutturalmente, culturalmente e quasi antropologicamente incapace di produrre classi dirigenti capaci, viste come inette e parassitarie, di guidare il Paese. Sta lì l’elemento di allarme. Un sud che geograficamente esprime contemporaneamente il Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio, oltre al Presidente della Camera, è una minaccia, soprattutto in una fase in cui le regioni settentrionali del paese sentono come non mai la possibilità di un’autonomia che si configura come parente stretto di una secessione, quantomeno economica.

L’insulto, quindi, è solo un contorno e non il cuore della questione.

Il mezzogiorno deve restare, nella logica di Libero e di vasti settori della Lega, solo una riserva elettorale dove andare a raccogliere consensi e ceto politico funzionale ad un disegno che, in sintesi, prevede l’aumento del peso specifico delle regioni settentrionali. Un sud che può essere tranquillamente gestito con le briciole di qualche intervento economico e a cui indicare i disperati della sponda meridionale del Mediterraneo come nemici.

Non è, a pensarci bene, una novità nella narrazione leghista. Anzi è proprio questa visione a costruire il dna del partito guidato oggi da Salvini - che ricordiamo è stato eletto in Calabria - pronto alle barricate in difesa degli apparati produttivi settentrionali e, sotto Roma, preoccupato esclusivamente ad arruolare il ceto politico in fuga da un centrodestra classico ed in crisi oramai incapace di assicurare carriere.

Il titolo di Libero ha, almeno, il merito di sfuggire l'ipocrisia e puntualizzare la natura del disegno politico leghista, senza infingimenti e false parole d’amore a uso dei social.

A questa visione occorrerebbe ribattere con un’idea diversa di sud, non più con il cappello in mano in attesa di qualche spicciolo in questa o quella manovra finanziaria ma capace di un rinnovato orgoglio e che avanza una richiesta di centralità per la questione meridionale nell’agenda politica del Paese.

Una consapevolezza che non pare esserci nel campo del M5S e neppure nelle stanche opposizioni parlamentari ma che, almeno così traspare, sembrano poter incarnare alcuni sindaci del sud. Napoli e Palermo in testa.

Perché alla fine il punto non è essere terroni, il problema è essere subalterni e contenti mentre le nostre città vengono svuotate di intelligenze e risorse che, badate bene, devono essere funzionali agli interessi del nord ma mai aspirare a diventare classe dirigente nazionale. I terroni votino, ma non si illudano di poter decidere.