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Semaforo Russo

Musumeci e Orlando
prigionieri del rimpasto


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Il populismo si combatte con il coraggio.

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“Rimpasto”, una parola dal significato rancido ma ancora ampiamente usata e in grado di riaccendere magicamente entusiasmi dentro i palazzi del potere, molto meno, c'è da giurarci, tra i cittadini interessati alla soluzione dei problemi e non agli assetti degli apparati.

L'abbiamo sentita dalle parti di Nello Musumeci, che ha annunciato qualche aggiustamento nel governo, alle prese con una maggioranza al limite dell'inesistente e dalle parti di Leoluca Orlando alle prese anche lui con una giunta debole e una maggioranza altrettanto risicata e nervosa. Il rimpasto è solitamente un complicato calcolo di riequilibrio giustificato, dicono, per rilanciare l'azione di governo.

Ecco un'altra formula appartenente all'antico vocabolario del politichese: “rilancio dell'azione di governo”. Oppure: “necessario chiarimento”, “vertice di maggioranza”. Sembravano espressioni di un passato lontano, invece no; cucinate lessicalmente in varie salse, sono lì, a presiedere dinamiche legate al ricorrente bisogno di redistribuzione degli incarichi (in ballo pure il sottogoverno, le partecipate quando le poltrone assessoriali non bastano). Una risposta decisamente inadeguata per riavvicinare il popolo alla politica nell’era tumultuosa dell’attacco all’ancien régime italico targata Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

In effetti, avete mai visto dopo un rimpasto il miglioramento della rete stradale? La scomparsa dei rifiuti? Gli autobus finalmente puntuali? I pronto soccorso fuori dai gironi danteschi dell'inferno? La pubblica amministrazione miracolosamente veloce ed efficiente? No, non abbiamo mai visto nulla di rivoluzionario e di rivoluzionato dopo un rimpasto, e la ragione la conosciamo perfettamente: gli assessori vengono normalmente sostituiti non sulla base di capacità e competenze ma dell'appartenenza a partiti e correnti (senza considerare il grosso tema di una indispensabile riforma della macchina amministrativa ormai obsoleta nel personale, nei procedimenti e nell’organizzazione del lavoro).

Per carità, sia chiaro, se in corso d'opera un assessore si rivela scarso è doveroso sollevarlo, anzi, l'evidenza di un'azione amministrativa piuttosto lenta e deficitaria a fronte di gravi emergenze irrisolte e della mancanza della normale ordinarietà nei servizi impone cambiamenti radicali sia a Palazzo d'Orleans che a Palazzo delle Aquile.

La domanda è un’altra: è giusto che personaggi di qualità come Orlando e Musumeci, non coinvolti in imminenti appuntamenti elettorali (Orlando non può ricandidarsi a sindaco di Palermo e Musumeci, l'ha dichiarato, non intende ripresentarsi alle prossime regionali), si ritrovino prigionieri di questa o di quella fazione politica, di questo o di quel consigliere comunale o deputato regionale che minaccia la tenuta della maggioranza mentre tatticamente si avanzano pretese e richieste partigiane? No, non è giusto, soprattutto non è utile.

Ecco, forse Orlando e Musumeci, mantenendo gelosamente la titolarità esclusiva delle nomine e delle sostituzioni assessoriali, dovrebbero “minacciare” loro il “tutti a casa” se gli impegni assunti con la collettività non vengono mantenuti, se il Consiglio comunale e l’Ars si trasformano in litigiosi e vanamente costosi bivacchi, costruendo le maggioranze sulle cose da fare (il vero modo di non tradire gli elettori, ben differente sovvertire gli schieramenti mantenendo il potere a ogni costo per convenienza di casta). Forse occorrerebbe più coraggio nel tenere in primo piano le aspettative della comunità rifiutandosi di subire la bassa cucina dei partiti e la pressione delle ambizioni personali. Sì, forse è una questione di coraggio e di messaggi positivi da trasmettere al popolo, se si vogliono combattere davvero i populismi.