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PALERMO

L'anello simbolo del potere
Greco in carcere come il nonno


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Apparteneva al 'papa' ed è stato donato al giovane boss. Simbolo di una mafia in ginocchio.

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PALERMO - È una mafia in ginocchio. Pericolosa sì, ma è l'immagine sbiadita di quella che in passato seminava morte e orrore.

"Una mafia senza futuro", si è spinto a definirla il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. Il merito è dei magistrati e degli investigatori che in questi anni hanno acquisito un patrimonio di conoscenze tale da stoppare sul nascere ogni tentativo di riorganizzazione. Ci sono riusciti i carabinieri nel 2008 con il blitz "Perseo" e dieci anni dopo, fra dicembre e ieri, con l'arresto di sei boss della nuova cupola.

Il più giovane è Leandro Greco. È cresciuto nel mito del nonno paterno, Michele, il "papa" di Cosa Nostra. Quando il nonno è morto in carcere, nel 2008, il nipote aveva appena 18 anni. Ne ha conservato gelosamente l'anello d'oro che si è dovuto sfilare ora che in carcere c'è finito pure lui. E così il simbolo di un potere mafioso che si tramanda di generazione in generazione diventa il segno di una sconfitta.

Il giovane Greco aveva in mente di tornare ad una mafia vecchio stampo, riportando il fulcro del potere formalmente a Palermo, dopo che la lunga pagina corleonese è stata archiviata. Bisognava tornare alle regole antiche. E qui si innesta un nuovo mistero da svelare. "Qualcuno queste regole le custodisce e credo che sia Corleone. Qualcosa di scritto...", ha spiegato il boss di Villabate e pentito Francesco Colletti. Esisterebbe, dunque, un testo custodito chissà dove nella città che fu di Liggio, Riina e Provenzano.

Greco e gli altri capimafia palermitani - Settimo Mineo, Gregorio Di Giovanni e probabilmente anche Calogero Lo Piccolo - progettavano di tenere fuori i boss della provincia dalle scelte importanti, costituendo una sorta di ridotta della cupola. Filippo Bisconti, capomafia di Belmonte Mezzagno, e pure lui da pochi giorni collaboratore di giustizia, non aveva gradito tanto di disertare la riunione dello scorso 29 maggio.

A giudicare dalle conversazioni intercettate di Colletti l'invito alla riunione della commissione gli era arrivato proprio da Ciaculli. Dunque Greco poteva fare la voce grossa a dispetto della sua giovane età. Oggi ha raccolto le macerie del suo piano. Non gli è rimasto altro da fare che mandare baci ai parenti mentre scendeva le scale della caserma Carini, sede del comando provinciale dei carabinieri di Palermo, prima di salire nella macchina che lo conduceva in carcere.

La bottiglia di vino trovata a casa di Leandro Greco



"Il Padrino sono io" c'era scritto sulla pacchiana etichetta di una bottiglia di vino trovata nella sua abitazione di via Ciaculli, la stessa in cui viveva il nonno Michele. Folklore di second'ordine. La verità è che il Padrino non è più lui. Né lui, né gli altri boss che facevano parte della cupola. Mancano, però, all'appello i capi mandamento dei paesi di cui Bisconti era il portavoce. Bisconti, però, conosce i loro nomi e si è pentito.

Il lavoro dei carabinieri non è finito. Non resta che aspettare i nuovi arresti. Magari si scoverà pure quel documento con le regole mafiose per strapparlo definitivamente.

"Le indagini proseguono dentro e fuori Cosa Nostra", ha aggiunto il procuratore Lo Voi. La speranza è che nel frattempo la mafia smetta di fare presa su grosse sacche di cittadini. Questa purtroppo è un'altra storia. Lo Stato che sta sconfiggendo Cosa Nostra, sta perdendo la battaglia più importante, quella sociale.