Live Sicilia

L'EDITORIALE

Il lusso pagato dai siciliani
La musica non è cambiata


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In una Sicilia piena di debiti, si pensa a un nuovo ente e a nuove spese. La politica degli strabici.


Vicini ai migranti, lontani dalla realtà. È la politica dello strabismo, o del cinismo. Quella che (giustamente, se non c'è il calcolo elettorale) difende pochi disgraziati a largo delle nostre coste e che, nelle stesse ore, sembra “sfottere” i siciliani che non ce la fanno. E che non ce la faranno.

L’Orchestrina da creare all’Ars è l’ultima beffa. L’ultimo sberleffo nei confronti dei tanti cittadini ai quali viene propinata la solita Finanziaria “lacrime e sangue”. Tagli per colmare i debiti, in una Regione in cui si boccheggia. Una terra da cui vanno via i giovani e dove si cerca di portare gli anziani come se il Portogallo (che ha dati su disoccupazione e Pil assai diversi dai nostri) fosse dietro l’angolo.

E così, la manovra che oggi potrebbe approdare finalmente a Sala d’Ercole, più che una Finanziaria sarà un finanziamento. Trentennale, per l’esattezza. Per colmare i debiti creati non solo dal passato ma anche da una buona parte della classe dirigente che ancora oggi ricopre posizioni politiche di rilievo. Loro in prima persona, o i partiti in cui hanno abitato nel corso della propria carriera di cariche pubbliche, sono i responsabili di un disavanzo da oltre due miliardi a sua volta creato da voci in bilancio descritte come “entrate”, pur sapendo che un euro, ormai, non sarebbe più arrivato.

Pagano i siciliani, ovviamente e come sempre. Ci mancherebbe. E lo faranno anche stavolta, come avvenuto per altri interventi di questo tipo (mutui, anticipazioni di liquidità) in comode rate di trent’anni. Tutti soldi da tirare fuori a ogni bilancio, a ogni Finanziaria, per tenere i conti in equilibrio, per non fallire. Soldi da trovare attraverso nuovi tagli, nuove rinunce, nuove ristrettezze.

Eppure, c’è chi vive al di sopra di questa realtà. E si può inventare persino il giocattolino nuovo dell’orchestrina di Palazzo dei Normanni. Un Palazzo che ha smarrito la propria identità di Parlamento per trasformarsi in una specie di contenitore culturale, di produttore di “bellezza”. Insomma, niente leggi. O poche e sbagliate. In compenso, ecco mostre, concerti e un ente che prevede spese, consigli di amministrazione, revisori dei conti. E che potrà contare sui fondi regionali, nazionali, europei. Drenandoli, così, togliendoli alle esigenze più pressanti, più vere.

Si ordina il caviale, in una Regione che non ha il pane. Nelle stesse ore in cui 47 disgraziati chiedono di mettere un piede in una terra povera e indebitata, ma pur sempre, finora, meno povera e disperata della loro. Lo sa bene chi chiede, oggi – più oggi che ieri, quando Forza Italia andava a braccetto con i razzisti o quando il Pd faceva la ‘ola’ di fronte alle ‘partenze intelligenti’ volute del ministro Minniti – un po’ più di umanità. E che magari si prepara, la prossima volta, ad accogliere la disperazione di chi arriva e ad accompagnare la povertà di chi resta col suono dolce dell’orchestrina.