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IL PROCESSO

Il no dei bengalesi al racket
"Gli italiani imparino la lezione"


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In una Palermo dove in tanti si piegano al pizzo spicca la dignità di chi non è italiano.


PALERMO - “È una lezione di dignità”, dice l'avvocato Valerio D'Antoni davanti ai giudici del Tribunale. Una lezione che arriva da un gruppo di extracomunitari. Otto piccoli commercianti e ambulanti originari del Bangladesh nel 2016 dissero "basta" alle angherie che subivano nelle loro botteghe di via Maqueda. Fu una ribellione di massa.

In manette finirono un gruppo di palermitani del rione Ballarò per i quali il pubblico ministero Bruno Brucoli ha chiesto pene pesantissime. Sotto processo ci sono Giuseppe, Emanuele e Santo Rubino; Alessandro Cutrona, Vincenzo Centineo, Emanuele Campo, Giovanni Castronovo, Alfredo Caruso, Carlo Fortuna e Bruno Siragusa. Le pene più alte - 16, 15 e 9 anni - sono state chieste per i fratelli Rubino. Sono imputati per estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla discriminazione razziale. Furono tutti arrestati in un blitz della Squadra mobile.

La nazionalità non dovrebbe essere un dato preminente ma, come sostiene D'Antoni, responsabile legale della "Federazione delle associazioni antiracket ed antiusura italiane" per la  Sicilia occidentale, “oggi che va di moda e impatta nell'opinione pubblica questa fuorviante dicotomia tra italiani e non italiani, possiamo affermare che sono stati dei cittadini, che per nascita non sono italiani, ad insegnare ai commercianti italiani e palermitani in particolare, come si può fare impresa senza pagare il pizzo e rispettando la dignità del proprio lavoro”.

Le indagini partirono da un tentato omicidio, ripreso dalle telecamere. Un giovane studente gambiano prese le difese dei commercianti stanchi di subire soprusi. Gli spararono un colpi di pistola alla testa. Si salvò per un miracolo. Emanuele Rubino in primo grado è stato condannato a 12 anni di carcere.

"Questi me li dai per i carcerati e se fai denuncia ti ammazzo", dicevano ai piccoli commercianti per strappargli via i soldi degli incassi. Il clan Rubino avrebbe dettato legge nella zona del centro storico fino a quando non arrivarono le denunce dei commercianti accompagnati sin dalla prima fase delle indagini da Addiopizzo parte civile al processo con l'assistenza degli avvocati Salvatore Caradonna, Maurizio Gemelli e Serena Romano. Si sono costituiti anche il Centro Studi Pio La Torre e Sos Impresa, assistiti dagli avvocati Ettore Barcellona, Francesco Cutraro e Fausto Amato.

“Da diversi anni non accadeva che più commercianti della stessa strada o quartiere denunciassero collettivamente gli stessi esattori del pizzo – spiega in aula l'avvocato D'Antoni -.Per la verità oggi registriamo, nei procedimenti penali in corso, una rinnovata resistenza culturale in ragione della quale quasi sempre abbiamo una sostanziale acquiescenza da parte dei commercianti al pagamento del pizzo. Non mancano, poi, ipotesi sempre più frequenti di vera e propria compiacenza e contiguità al fenomeno delle estorsioni e dunque omertà e insuperabile resistenza alla denuncia. Ecco perché noi italiani oggi dobbiamo imparare la lezione da chi italiano non è”.