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Il governo del cambiamento


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M5S e Lega sono incompatibili. Ecco perché.

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Lo avevamo scritto su Livesicilia circa quattro mesi fa (“La manovra e la manina...il governo non sta in piedi”) e i fatti ci stanno dando ragione. Il cosiddetto “governo del cambiamento” targato Matteo Salvini e Luigi Di Maio infatti non sta in piedi e forse cadrà prima delle elezioni europee del 26 maggio prossimo.

I numeri in Parlamento ci sono, eccome, ma manca completamente un accordo politico solido tra M5S e Lega sulle grandi questioni sul tappeto, dal reddito di cittadinanza alla "quota 100" (varati con reciproche diffidenze ed enormi incognite sulla reale platea dei beneficiari e sugli effetti economici, finanziari e occupazionali dei due provvedimenti), dalla Tav alla crisi venezuelana, dalla vicenda "Diciotti" alle nomine nello scacchiere del potere economico e istituzionale del Paese (ora, dopo la RAI e la Consob, è in ballo l'Inps).

Non è normale che ognuno si tiri il suo lasciando l'alleato fuori per contabilizzare sondaggi positivi in esclusiva, è quanto sta accadendo. La trasmissione ai francesi dei dati costi-benefici relativi alla Tav voluta dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha scatenato le ire di Salvini, tenuto all'oscuro sia dei dati che della loro trasmissione ai cugini d'Oltralpe, e piuttosto singolare è apparsa la presentazione della card n.1 per il reddito di cittadinanza gestita interamente dal duo Conte/Di Maio assente il compagno di viaggio padano.

La stessa contestata nomina alla presidenza della Consob (l'Autorità garante della Borsa) del ministro agli Affari europei Paolo Savona, su cui si era scatenata la guerra giallo/verde contro il Quirinale che non lo voleva ministro dell'Economia per il suo pronunciato euroscetticismo, la dice lunga su una evidente sofferenza dei ministri tecnici nei confronti di una politica economico-finanziaria ed estera che presto rivelerà appieno il suo fragilissimo impianto impostato da un lato sull'accumulo di ulteriore debito senza forti investimenti a fronte di una crescita pari allo zero e, dall'altro, sull'appoggio al nefasto regime in Venezuela di Nicolas Maduro. Un appoggio o comunque un'incredibile e solitaria "terzietà" che non trova d'accordo Salvini (rivelando in ciò, benché il leader leghista sia amico di Putin fiancheggiatore insieme alla Cina di Maduro, uno spiccato senso politico a differenza del confuso Di Maio).

Giovanni Tria rimane nel mirino dei 5Stelle e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi non riesce ad imporre una politica estera comune con l'Unione europea e con la Nato. Mai l'Italia è stata così sola e stavolta i migranti non c'entrano. Conte non si stanca di mediare, con scarsi risultati. La stretta creditizia è già in atto, i consumi stentato a decollare, lo spread si mantiene terribilmente alto (seppure sceso di una cinquantina di punti ), impossibile ancora prevedere l'impatto del reddito di cittadinanza e della "quota 100" sui conti pubblici, siamo in recessione e non si può assolutamente escludere una manovra correttiva (a parte lo spettro dell'aumento dell'Iva) se l'andamento negativo del Pil si confermerà nel primo trimestre del 2019 attestandosi poi su un +0,2% annuo parecchio distante dall'1/1,2% ottimisticamente ipotizzato in fase di approntamento della manovra. A quel punto saranno davvero lacrime amare.

Perplessità sta pure suscitando il tentativo di Di Maio e di Alessandro Di Battista di siglare una sorta di patto con alcuni leader dei gilet gialli francesi. In particolare con Christophe Chalençon fautore di un intervento risolutivo dell'esercito e simpatizzante di Marine Le Pen prima di chiedere un posto nelle liste di Macron, insomma non certo un distillato di passione democratica. La nota vicenda “Diciotti”, all'ordine del giorno, rivelerà in tutta la sua virulenza l'incompatibilità ideale e politica tra i due maggiori azionisti del governo (anche se il M5S si è snaturato rispetto alle posizioni originarie specialmente in materia di migranti, di diritti civili e di rigore morale). Il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto al Senato l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell'Interno Salvini per il reato di sequestro di persona (a danno di 177 migranti lasciati per cinque giorni sulla nave militare italiana privati della possibilità di sbarcare) e non è ancora chiaro cosa i grillini decideranno (il movimento potrebbe implodere in caso di diniego dell'autorizzazione) creando, magari al di là delle intenzioni, il sospetto di un continuo mercanteggiare (Tav/autorizzazione a procedere) in vista delle elezioni.

Così non funziona e il ricorso frequente al voto di fiducia (in ultimo sul decreto “Semplificazioni”) esprime drammaticamente il continuo rischio di crollo della maggioranza nelle aule parlamentari. Cosa succederà se ci sarà crisi? Complicato prevederlo. Salvini avrebbe un interesse attuale alle elezioni anticipate mentre Di Maio alla guida di un movimento diviso cercherebbe una soluzione diversa per evitare di misurarsi con i sondaggi poco favorevoli, scontrandosi però con un PD assolutamente allo sbando e impreparato ad assumere responsabilità di governo. Ancora una volta la patata bollente passerebbe al Capo dello Stato.