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Manovra a Tinaglia

Grazie a Sanremo
ho scoperto l'amore


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Il Festival e quegli intrecci che non si dimenticano.

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Vi sembrerà strano, ma è stato il Festival di Sanremo a farmi scoprire la magia dell’amore. Esatto, l’amore, quella cosa meravigliosa che ti scombussola. A dire il vero, una vaga idea di cosa fosse l’amore, me la ero già fatta quando vedevo le varie ragazzine alle quali mio padre faceva doposcuola. Ogni volta avvertivo qualcosa di strano dentro di me. Solo che durava poco questa indecifrabile sensazione. Forse perché la provavo con molte, tante, troppe, praticamente tutte.

Ma l’amore con la A maiuscola, l’ho scoperto nel 1964. Avevo 9 (nove) anni e mi innamorai perdutamente di Gigliola Cinquetti quando cantò 'Non ho l’età per amarti'. Fu amore di quello vero, nel senso che avvertivo dolore al cuore, la sognavo, la pensavo continuamente, avrei dato chissà cosa pur di andare a Verona, la sua città natale. Come faccio a non amarlo il Festival di Sanremo? E poi, da Sanremo, sono uscite canzoni che hanno lasciato un solco nella mia esistenza.

Ce ne sono alcune ('Un’avventura', 'La prima cosa bella', 'Canzone per te', tanto per citare qualche titolo) alle quali sono in grado di associare ricordi precisi, netti, che ancora oggi potrei descrivere nei loro esatti contorni. 'Montagne Verdi', per dire. Ero detenuto (vi ho già raccontato), e dai palazzi che circondavano il carcere di Malaspina mi arrivavano le note di 'Montagne Verdi'. Non so se rendo l’idea. Io in carcere, e lei, Marcella, mi cantava gli spazi sconfinati delle Montagne Verdi. Simpatica, vero? Amore a tutto tondo, insomma.

Il fatto è che io non ho mai visto il Festival. Tutto intero, dico. Da bambino perché il sonno mi prendeva, da adolescente non so per quale motivo, da giovanotto perché era vietato guardarlo in quanto“espressione della società piccolo borghese” e neppure sotto tortura avrei confessato ai “compagni” di averne guardato qualche spezzone prima di una riunione del collettivo, da grande perché il divano prima o poi mi fotte.

E’ uno strano destino. Lo amo il Festival, ma non me lo godo. Poi, per quanto grande sia la testimonianza di amore che voglio dargli, finisce che mi perdo il meglio. C’è sempre un momento di noia, un momento in cui non mi piace una canzone o un ospite, e allora mi dedico allo zapping. Vengo catturato da qualche altro programma. Non per molto sia chiaro, un piccolo tradimento da una botta e via, giusto il tempo però di perdermi i momenti migliori, come l’altra sera con Serena Rossi e “Mimì.

Non parliamo poi della serata finale. Mai, dico mai, che sia riuscito a sapere in diretta il vincitore. E la domenica mattina subito a fiondarmi sulla rete per sapere chi ha vinto. Ogni anno, quando finisce rimpiango di non averlo seguito dall’inizio alla fine, di essermi perso il dopo festival, i dietro le quinte, le polemiche, i pettegolezzi.

Anche il rimpianto ha radici profonde. Sembra essere, accanto all’amore, l’elemento regolatore del mio rapporto col Festival, qualcosa di fatale, di ineluttabile. Me lo porto dietro dal 1967 quando mi persi Luigi Tenco e la sua straziante 'Ciao Amore Ciao'. Maledissi, quando seppi del suicidio, di essermi perso la diretta della sua esibizione. Ed allora non era come oggi. Prima, se perdevi una cosa non la ritrovavi più. Quello fu il mio primo rimpianto per Sanremo. Ma ora c’è spazio solo per l’amore. Non è più tempo di rimpianti. Stavolta giuro che sarà diverso. Meno male che c’è internet.