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L'ANALISI

Crisi, vertenze e manifestazioni
La Sicilia che lotta per il lavoro


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Foto di archivio

Cgil, Cisl e Uil tornano in piazza. Dossier sulle realtà più a rischio.


PALERMO - Formazione professionale, call center, cantieristica, agricoltura, industrie: è lungo l’elenco dei settori siciliani coinvolti in vertenze di lavoro. Lo scontro politico si inasprisce e la gente scende in piazza.

Questa mattina è in programma a Roma la manifestazione #FuturoalLavoro, indetta da Cgil, Cisl e Uil nazionali con l’obbiettivo di “sostenere le proposte unitarie per il rilancio del Paese contenute nella piattaforma dei sindacati e cambiare le scelte dell’Esecutivo aprendo un confronto serio e di merito”. Il documento prevede la richiesta di nuove politiche del lavoro per il Mezzogiorno, definito dai sindacati “dimenticato e penalizzato”. Nel frattempo i disastri siciliani fanno vittime su vittime e la lista delle vertenze nell’Isola si allunga ogni giorno di più.

Call center Almaviva, commesse a rischio
Il colosso dei call center, presente in Sicilia da circa 20 anni, risente di una crisi trasversale: Giuseppe Tumminia, segretario regionale di Uilcom, parla di un calo di 11 miliardi di ricavi in dieci anni nell'intero settore. Almaviva conta 5.000 dipendenti in Sicilia e 2.800 a Palermo, e da tempo è al centro di una vertenza. Il governo regionale ha cercato di strappare alla società l'impegno di garantire l'occupazione, rispettando le commesse già prese.

Adesso però le garanzie ricominciano a scricchiolare: sono circa 700 gli esuberi dichiarati, a cui si aggiungono altre 700 persone dal destino in bilico qualora Alamaviva non dovesse aggiudicarsi di nuovo la commessa di Alitalia ormai scaduta. Di fronte a rischi concreti per contratti e compensi, le segreterie Slc Cgil, Fistel Cils, Uilcom Uil e Ugl Telecomunicazioni hanno chiesto un incontro urgente al presidente della Regione Nello Musumeci, al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, e ai rispettivi assessori competenti.

Il caso Blutec e le proteste
Naviga a vista l’industria automobilistica di Termini Imerese, nel Palermitano. Il caso è scoppiato nel 2002 con le prime avvisaglie della chiusura dello stabilimento Fiat. Da allora in 1.000, fra lavoratori diretti e dell’indotto, non hanno pace. L’ultima tegola l’anno scorso, quando Invitalia, Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa, ha avviato l’iter di revoca del contratto di sviluppo da 94 milioni di euro, chiedendo a Blutec, subentrata a Fiat nello stabilimento, la restituzione di un anticipo di 21 milioni già erogato.

“Davanti ai cancelli di Blutec, a ottobre, il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ci aveva invitati a fare richiesta per la cassaintegrazione – dice Enzo Comella, segretario di Uilm Palermo e lavoratore dell’impianto – assicurando che non ci sarebbero stati problemi. In realtà la cassaintegrazione è scaduta il 31 dicembre e del rinnovo del Ministero non c’è traccia, nonostante l’accordo Blutec-sindacati del 7 gennaio”. Giovedì gli operai hanno occupato la sede storica del Comune di Termini Imerese, per sollecitare il governo nazionale a coinvolgere FCA (ex Fiat) e spiegare se, a questo punto, un piano per la reindustrializzazione esista davvero. Ne sono seguiti un presidio in fabbrica e un incontro tra sindaci del territorio interessati alla vertenza e parti sociali, da cui è emersa la necessità di aprire un tavolo permanente delle istituzioni locali finché non si avranno risposte.

Ex Keller, c’è un’alternativa
Mai chiusa del tutto la vicenda dell’ex azienda produttrice di materiale rotabile con sede a Carini, in provincia di Palermo; quando ha chiuso la Keller aveva circa 150 dipendenti, che nel 2018 hanno esaurito tutti gli ammortizzatori sociali. “Dopo vari incontri con le Ferrovie dello Stato, e con l’aiuto dell’assessorato regionale ai Trasporti, si è riusciti a realizzare un bando a cui potevano accedere le maestranze ex Keller – spiega Antonio Nobile, segretario Fim Cisl Palermo –, con l’impegno delle Ferrovie di assorbirne una cinquantina”. Un bando aperto a tutti e senza limiti di età, ma con maggiori vantaggi per le professionalità più tecniche e praticamente nessuno per profili di carattere amministrativo. Una possibilità non proprio per tutti, insomma, ma pur sempre una speranza di avere un nuovo impiego.


Il dramma Cmc: debiti e incompiute
Una delle crisi più nere è quella di Cmc. La storia comincia nella seconda metà del 2018, quando il colosso edile ravennate, contraente principale di Anas per la Palermo-Agrigento, non è più in grado di trasferire un euro nelle casse delle sue controllate; una di esse è la Bolognetta scpa, sommersa da 5 milioni di euro di debiti con fornitori e subappaltatori. Dal 4 febbraio Cmc è in concordato, e lunedì i circa 100 dipendenti della Bolognetta entreranno in cassaintegrazione per un anno.

Per i mesi di febbraio e marzo, nel tratto tra Marineo e il bivio Manganaro gli scavi non avanzano di un solo centimetro. “La turnazione dei lavoratori servirà solo a garantire la viabilità – spiega Filippo Ancona, segretario Filca Cisl Palermo Trapani –. Si tratta di impiegare una ventina di unità invece di 80. La preoccupazione più grande – continua – riguarda la possibilità di rescissione del contratto da parte di Anas per improduttività: per riassegnare l’appalto passerebbero anni”. La Palermo-Agrigento si trasformerebbe in un'incompiuta da incubo.

Tecnis tra cantieri eterni e nuovi acquirenti
In continuo divenire le condizioni di Tecnis, colosso catanese degli appalti pubblici che ha in consegna anche il cantiere dell’anello ferroviario di Palermo. Dopo varie vicissitudini, tra processi per infiltrazioni mafiose, crisi economica e amministrazione giudiziaria, l’azienda avrebbe trovato un acquirente. Il commissario Saverio Ruperto infatti avrebbe completato le operazioni di vendita a favore della Pessina costruzioni, altro colosso delle opere pubbliche; l’affare aspetterebbe solo il via libera del Ministero dello Sviluppo economico. Gli operai hanno quattro mensilità arretrate e congelate, e all’inizio di febbraio è stata rinnovata la cassa integrazione per ulteriori tre mesi.

Al momento, in via Emerico Amari lavorano in pochissimi: “Per un’opera che potrebbe impiegare 200 persone, ne vengono impiegate soltanto una quindicina”, afferma Ancona. Nella zona del cantiere regnano il disappunto e il disagio di residenti e commercianti, risultato anche dell’impiego di una forza lavoro ridotta all'osso. Dopo le minacce degli operai di fermare le attività in segno di protesta, poi rientrate, finalmente il capitolo Tecnis potrebbe giungere a conclusione: se ben riorganizzati, i cantieri potrebbero concludersi anche in un paio d’anni, e con i saldi di avanzamento dei lavori le operazioni si ripagherebbero da sole.

I tagli della Finanziaria 2019
Tra i comparti colpiti dalla crisi economica regionale ci sono anche i forestali e i lavoratori dell’Esa e dei Consorzi di bonifica. Contrariamente a quanto auspicato dalle segreterie regionali di Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil, l’Ars ha optato per il taglio di 19 milioni di fondi ai Consorzi di bonifica e all'Ente sviluppo agricolo, a cui ne verranno assegnati 8,7 milioni in meno; così, martedì scorso, i cosiddetti lavoratori stagionali (con contratto a tempo determinato, impiegati nella stagione irrigua e durante il dissesto idrogeologico) sono scesi in piazza Indipendenza per protestare davanti alla presidenza della Regione. Al loro fianco anche i forestali, per cui invece è previsto un cambio di copertura finanziaria utilizzando non più le risorse regionali ma quelle del Fondo per la coesione e sviluppo. Dopo un incontro con alcuni esponenti del governo Musumeci, considerato insoddisfacente dai sindacati, i manifestanti hanno deciso di occupare la sala blu di Palazzo d’Orleans.

Nuove speranze per la formazione
Incertezza e agitazione ormai ‘storiche’ per gli operatori della formazione professionale siciliana, circa 6.000 lavoratori il cui destino è sospeso, tra nuove potenziali opportunità e vecchi problemi. Dal 24 gennaio, gli assessorati regionali del Lavoro e della Formazione dialogano col ministero del Lavoro: il “bersaglio grosso” è la ripartenza delle attività formative in Sicilia, con ulteriori tutele sociali a favore dei lavoratori fuoriusciti, ma senza dimenticare l’assorbimento occupazionale degli ex sportellisti multifunzionali. Dai rappresentanti del Ministero era arrivata la conferma della necessità di un percorso condiviso tra governo nazionale e regionale, con alcune priorità: assorbire i lavoratori dei bacini della formazione e delle politiche attive del lavoro, riqualificare l’occupazione di una parte di loro, e agevolare la restante parte con tutele sociali e agevolazione pensionistica. Ancora, però, i lavoratori della formazione sono in un limbo di precariato e malcontento.

Il commento dei sindacati
A fronte delle innumerevoli realtà siciliane sfociate in vertenze o dove la conflittualità sta per esplodere, i sindacati temono per lo stato di salute dell’Isola. Mimmo Milazzo e Claudio Barone, segretari generali di Cisl e Uil Sicilia, sono critici nei confronti della politica: “Bisogna guardare alla Sicilia dei prossimi 10 anni e programmare la progettazione – dicono – soprattutto in termini di infrastrutture e di attenzione per i poli industriali, praticamente abbandonati al loro destino dalla Regione”.

“La Sicilia è al 21,5% di disoccupazione ordinaria e al 57% di quella giovanile – dice Milazzo –. Per superare le difficoltà Cisl ha lanciato l’idea di un’agenzia regionale di progettazione, che inizi a seguire le amministrazioni già dagli aspetti comunali”. “La Regione siciliana – aggiunge Barone –, al di là di lamentare un’autonomia tradita e non vantaggiosa, poi di fatto non riesce a realizzare nulla. L’unico risultato è stata la rateizzazione di parte del debito, ma quando 500 milioni di questo debito rimangono fuori, si sfocia in proteste come quella di forestali, Esa e Consorzi di bonifica”.