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CAOS CONTI. LE STORIE

Finanziaria, la musica non cambia
Così il jazz rischia il fallimento


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Ignazio Garsia in occasione di una protesta

La manovra lacrime e sangue e il viaggio di LiveSicilia.it. Che approda alla musica.

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Prosegue il nostro viaggio tra le categorie più penalizzate dai tagli in bilancio. Dopo l'allarme dei Teatri siciliani, quello della musica jazz.

Una scuola musicale, un teatro storico, un’orchestra regionale, produzioni e concerti internazionali, persino un museo: in Sicilia e a Palermo, jazz vuol dire The brass group. Tutto quello che il pianista Ignazio Garsia ha costruito a partire dalla nascita della fondazione negli anni ’70, però, rischia di non esistere più da un giorno all’altro: la Finanziaria regionale 2019 sta abbattendo costi e spese in ogni settore, anche in quello della musica. E per il Brass group il prezzo da pagare sarebbe altissimo: la disponibilità delle casse della fondazione passerebbe da 765mila euro a 250mila.

“L’azzeramento significa proprio eliminare un soggetto dalla geografia delle attività musicali – commenta il presidente Garsia, una vita spesa per (e nel) progetto della fondazione che ha sede al Real teatro Santa Cecilia, a Palermo – . Ed è una storia che si ripete, perché il Brass Group è già stato azzerato dallo scorso governo per due esercizi finanziari”. Una situazione economicamente insostenibile: tagliare circa il 65% del fabbisogno della fondazione rispetto al 2018 significherebbe la ‘morte’ delle sue attività. Nel 2013 e nel 2016, altri anni bui per l’economia del Brass group, Garsia e il cda hanno stretto i denti: la fondazione non ha chiuso, attuando un piano per ammortare i deficit accumulati. “In vista dei tagli, sarebbe come se un padre di famiglia si indebitasse per due anni, desse garanzie per pagare le spese, e poi improvvisamente non riuscisse più a farlo – dice Garsia –. Non ci rimarrebbe che portare i libri in tribunale, per il fallimento”.

Secondo Garsia, conti alla mano, il fabbisogno reale sarebbe di circa 750mila euro. “Su di noi – spiega – gravano la gestione del Santa Cecilia e del ridotto dello Spasimo in cui organizziamo concerti per i giovani, le attività musicali, e un’orchestra di circa 20 strumentisti oltre gli aggiunti”. A queste voci si aggiungono una settantina di unità lavorative tra collaboratori, docenti della scuola, impiegati e professionisti, con dei costi non indifferenti: “Il programma e l’organigramma della fondazione basterebbero a chiarire le idee – ironizza Garsia –, ma per rappresentare tutto in poche parole, dico che i 250mila euro che ci verrebbero destinati non sono sufficienti a pagare la dirigenza di nessun teatro che si rispetti. Poi per esempio – continua – un concerto dell’Orchestra jazz siciliana, comprese circa cinque giornate di prove e le repliche, costa in media 11-15mila euro. E parliamo solo dei concerti”.

“Quello che dispiace è che il Brass è quell’ente che, forse più di altri, ha fondato la sua attività sulla valorizzazione delle risorse del territorio siciliano”, è l’amara constatazione di Ignazio Garsia. Che aggiunge: “Io ho un timore, e lo dico con estrema franchezza: che questo taglio, che non è certo del 65% per tutti, rifletta l’orientamento di una parte del parlamento siciliano più ‘oscurantista’, conservatrice, tendente al mantenimento di uno status: quello precedente ai nuovi linguaggi musicali, tra cui il jazz. Quando si tratta di innovare qualcosa è come se si trattasse di togliere qualcosa agli altri, alla ‘musica bella’; ma chi chi ha il diritto di decidere quale sia?”. Il riferimento è, nuovamente, ai rapporti con la politica regionale del passato: “Durante lo scorso governo c’erano insistenze volte a contenere la fondazione nell’ordine dei 250mila euro, e lo stesso a dicembre scorso durante le variazioni di bilancio; così sembra che sia anche nel 2019. Intanto il Brass group ha debiti per i due esercizi futuri, e coi tagli il piano d’ammortamento non funzionerebbe più”.

Come altre ‘vittime illustri’ incontrate da Live Sicilia nel viaggio tra i tagli in bilancio, anche Garsia lamenta l’assenza di un elemento fondamentale: la programmazione a lungo termine. “Se si andassero a vedere quante sono le giornate lavorative destinate ai musicisti siciliani – dice – si penserebbe ‘Ma qual è il senso di tutto questo?’. Paragonando retribuzioni o di condizioni di lavoro – prosegue –, oggi un violinista può aspirare a un posto in un’orchestra sinfonica, mentre un jazzista diplomato al conservatorio è destinato a suonare in un sushi bar. I ‘poveri della musica’ sono i jazzisti: siamo gli ultimi e precari a vita”.

Anche stavolta il Brass group non demorde, e il suo fondatore nutre anche una certa fiducia: “Le domande che mi sto ponendo, le porrò anche in altre sedi – annuncia Garsia –. Aspetto la Finanziaria, ma dopo chiederò delle audizioni alle commissioni Cultura, Lavoro e Bilancio. Sono certo però che si tratti di questioni tecniche, e se Roma autorizza lo spalmamento in trent’anni queste somme dovrebbero rientrare”.

Chissà che non sia il caso di tornare alle forme di protesta creativa a cui Garsia non è nuovo: nel 2016, per sensibilizzare e far ricredere il governo regionale su un taglio di 300 mila euro al Brass group, il musicista aveva messo in piedi un vero e proprio concerto di pianoforte davanti a Palazzo d’Orleans. In quell’occasione, tra le altre cose aveva detto: “Per la Regione Siciliana il jazz e la Fondazione Brass non hanno gli stessi diritti di altre orchestre”. Oggi la musica non sembra cambiata.