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CAOS CONTI - L'EDITORIALE

Non solo Crocetta, la colpa è di tanti
La Sicilia non è un posto per giovani


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Bilancio in rosso per le eredità del passato. Ma non si può fermare lo sguardo alla scorsa legislatura. Il futuro? Sarà più difficile.


Più di questo cupo presente, preoccupa il futuro. Lo ha messo nero su bianco persino nell’ultimo giudizio di parifica la Corte dei conti: il bilancio della Sicilia? C’è un chiaro problema di equità tra generazioni. Lo ha ribadito questa mattina, nell’intervista a LiveSicilia, chi ha guidato la Procura contabile siciliani negli ultimi anni, denunciando che presto molti nodi sarebbero venuti inevitabilmente al pettine: il magistrato contabile Pino Zingale ha parlato chiaramente di “ipoteca sul futuro, un debito lasciato alle prossime generazioni”.

E così, mentre si discute – giustamente – di quanto
dolorosi saranno i tagli del prossimo bilancio e mentre ci si accusa reciprocamente sulle responsabilità di questa condizione, ecco che sullo sfondo si fa sempre più nitido, ogni giorno che passa, il vero problema della Sicilia: i prossimi decenni saranno assai più duri di questa pur dura attualità.

Sempre più nitida, la questione. Ma ancora non troppo, se la “soluzione”a questo caos, indicata dallo stesso presidente della Regione Nello Musumeci, è vista solo nell’intervento salvifico di Roma che dovrebbe consentire “semplicemente” di spalmare in trent’anni circa 380 milioni di disavanzo. Altre rate per i prossimi anni. Altri soldi tolti per ogni anno che verrà alle necessità della Sicilia.

Ecco, l’errore che non può essere compiuto in queste ore e nei mesi che verranno: concentrarsi solo sull’oggi, dimenticando in un tempo solo le categorie del “domani” e dello “ieri”. Ieri, verso cui il governo in carica “scarica” le colpe dell’oggi. L’eredità di Crocetta, insomma, che torna buona per mettere una pezza sul momento, ma non spiega. O almeno non spiega tutto.

Ne abbiamo scritto per anni, e siamo ancora convinti che quel periodo sia stato deleterio per la Sicilia e i siciliani. Ma limitarsi a dire che “la colpa è di Crocetta” finirebbe per spazzare via dettagli troppo importanti. Se è vero, infatti, che solo nella scorsa legislatura l’indebitamento della Regione è praticamente raddoppiato, vanno considerati anche altri due fattori. Il primo: buona parte del disavanzo è il frutto di una “ripulitura” del bilancio dai residui attivi che non sarebbero mai stati riscossi; per semplificarla: in bilancio erano presenti, tra le entrate, soldi che non sarebbero entrati mai, antichi quasi quanto un credito vantato nei confronti di Garibaldi. Questo c’era, in un bilancio che, se non era falso, era quantomeno molto “ottimista”. Il secondo aspetto: se Musumeci eredita la dote di Crocetta, il presidente gelese eredita quella di Lombardo; ma questo si dimentica troppo spesso di dirlo. Erano gli anni in cui si parlava, per la Sicilia, di un rischio “default”, giorni in cui reggevano i paragoni con la Grecia. Anni in cui si sperperava in consulenti e faraoniche sedi a Bruxelles, insieme a varie ed eventuali. E non può certo dire, l'esecutivo in carica, che nulla di quell’era, nella giunta e nel potere che la sostiene, oggi sia vicino, in sintonia col governo in carica. Così come, oggi alla guida della Sicilia non mancano epigoni di Cuffaro che a sua volta lascerà a Lombardo un doloroso piano di rientro della Sanità, insieme alla proliferazioni di assunti nelle società partecipate e alcune discutibili operazioni: dai derivati a Sicilia e-servizi, passando per quelle immobiliari. Oltre a tutto il resto.

Insomma, a intraprendere il cammino delle eredità ereditate, si finisce per comprendere che nessuno è immune dalla critica, nessuno – parliamo di aree politiche e partiti oltre a uomini e donne in carne e ossa – può tirarsi fuori. E adesso, la Sicilia è un deserto dove non cresce nulla. Dove i negozi e le imprese chiudono, invece di mettere radici. E nel quale si risponde a una emigrazione progressivamente sempre più massiccia con un “modello Portogallo” che porterà – forse – qualche anziano da curare in Sicilia. Quella Sicilia che non somiglia più al Portogallo, dove la disoccupazione giovanile è assai più bassa e la crescita ha un altro ritmo.

E così, mentre l'Isola si scopre anoressica, scarnificata al punto da dover raschiare persino i capitoli destinati ai ciechi, ai talassemici, ai lavoratori, sarebbe meglio andare al cuore di tutto che il procuratore Zingale indica senza titubanze: le clientele. E gli sprechi, aggiungiamo noi, il cui fascino è ancora fortissimo anche in queste ore in cui si pensa ad approvare, insieme alla Finanziaria dei tagli “lacrime e sangue”, un collegato di nuove spese e nuove marchette.

Un fascino fortissimo, si diceva, quello della spesa per sorreggere il voto, specie tra chi in passato ha comandato, ha gestito potere in anni diversi assai. Gli anni che preparavano tutto questo. Gli anni in cui ogni euro speso per ingrassare carriere politiche e consensi elettorali – ora è chiaro – era un euro tolto alle tasche dei siciliani che verranno. E in questo gioco, nessuno davvero può tirarsi fuori. Nemmeno noi siciliani colpevoli per primi. Di avere assecondato per anni questa politica delle mance, senza chiedere cosa ne sarà di chi verrà. Cioè di quei giovani siciliani cui viene chiesto, già da oggi, di pagare e, se ce la fanno, sorridere.

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