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Rimpasto, Mef e personale
Tutte le spine di Orlando


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Leoluca Orlando

I temi in agenda in una settimana calda che può rivelarsi decisiva per il futuro politico di Orlando


PALERMO - Una settimana ad alta tensione, ma che potrebbe rivelarsi decisiva per il futuro politico di Leoluca Orlando. A Palazzo delle Aquile ormai è partito il conto alla rovescia: dovrebbero essere questi i giorni decisivi per la nuova giunta del comune di Palermo. Col Professore però il condizionale è d’obbligo, visto che di rimpasto si parla da più di un anno; la pratica è infatti slittata più volte e con le più svariate motivazioni, ma adesso il primo cittadino sembra davvero pronto ad aprire i partiti.

Il sindaco ha svolto ben due giri di consultazioni con le forze politiche, ha provato a recuperare in extremis i consiglieri comunali riottosi, ha dovuto rabbonire gli eletti delle liste civiche e registrare anche qualche addio, ma adesso si trova davanti all’arduo compito di far quadrare i conti. I partiti hanno proposto i nomi e provato a ipotecare le deleghe, ma Orlando ha davanti a sè due problemi: le quote rosa (basterebbe una donna, ma sarebbe uno smacco per l'ala più a sinistra della coalizione) e gli equilibri di giunta tra fedelissimi ed esponenti di partito. Un’operazione che comunque non sarebbe indolore: il Professore potrebbe infatti sacrificare anche qualcuno dei suoi, visto che la Cultura dovrebbe andare a un uomo di fiducia (che però al momento in giunta non c’è, visto l’addio di Andrea Cusumano, e nessun partito vuole la delega), che sembra certo l’ingresso di Fabio Giambrone e che i posti per i partiti sono tre (ma nessuno punta su una donna). In pratica le poltrone da assegnare sarebbero così cinque e, anche in caso di rimpasto minimale, soltanto tre degli attuali assessori rimarrebbero in carica.

C’è poi il rebus legato ad Emilio Arcuri, uno dei volti più noti della Primavera di Palermo e delle sindacature Orlando degli anni Novanta in cui è stato vicesindaco e protagonista del rilancio del centro storico. Una figura di peso che, dopo un paio d’anni passati in sordina all’Amg, è stata ripescata nel 2014: Arcuri si è ritrovato nuovamente vicesindaco e con deleghe pesanti come i Lavori pubblici e l’Urbanistica. Nel 2017 i galloni da “numero 2” sono passati a Sergio Marino, ma Arcuri resta un assessore difficile da rimpiazzare: non solo è uno dei fedelissimi del sindaco, e la sua destituzione segnerebbe la fine di un’epoca e un cambio profondo degli equilibri nell’entourage del Professore, ma è a capo di uffici che hanno un solo dirigente tecnico (quota 100 permettendo) e che un nome nuovo avrebbe più di una difficoltà a gestire, almeno nell’immediato.

Il sindaco sa però di dover imprimere comunque una sterzata alla sua amministrazione che, dopo un 2018 all’insegna della cultura, mostra evidenti segnali di affaticamento: i rifiuti, le strade colabrodo e al buio, il malcontento sempre più profondo del personale, una maggioranza litigiosa e spesso improduttiva. Problemi locali che si intrecciano con la dimensione nazionale, che Orlando prova sempre più a cavalcare ma che presenta le sue spine: la battaglia con Salvini sui migranti ha scatenato il malcontento all’Anagrafe e i rilievi del Mef rischiano di bloccare concorsi e stabilizzazioni, oltre ad aver messo in allarme i lavoratori del Coime.

Il personale è, del resto, uno dei tasti più dolenti per il sindaco. Gli impiegati sono arrabbiati per la restituzione delle indennità da videoterminale, i funzionari per la restituzione delle progressioni orizzontali e l’azzeramento di posizioni organizzative e alte professionalità, i dirigenti amministrativi perché sono spesso costretti a fare i tecnici e in generale per le costituzioni di parte civile, il Coime teme per il proprio futuro, i precari vogliono le stabilizzazioni, la Reset è sul piede di guerra per il mancato adeguamento del contratto, i sindacati chiedono nuove assunzioni nelle partecipate e la valorizzazione dei lavoratori attuali. Insomma, una polveriera pronta a esplodere.

Il Comune ha provato a stemperare la tensione rimpinguando il Fondo per i servizi accessori con i proventi delle multe, studiando il caso “salva Roma” per i videoterminalisti e convincendo i sindacati a fare fronte comune contro il Mef. Orlando, mantenendo quanto detto a Sala delle Lapidi, ha anche chiesto ai capigruppo un documento unitario per difendere i lavoratori e al Segretario generale una relazione per scoprire chi, tra i dirigenti, non avrebbe risposto in modo esauriente al Mef, provocando così l'ennesima bocciatua. Ma la strategia del Professore potrebbe non bastare.

Per questo il sindaco sa di dover ricorrere al rimpasto come arma per sparigliare i giochi, riorganizzare gli uffici e ripartire con una nuova giunta, magari ritrovando sintonia col consiglio comunale e con la città. Una sfida decisiva per Orlando, dalla quale dipenderanno i prossimi tre anni che ci separano dal voto.