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Tutti i dubbi sul modello Portogallo
nella Sicilia sempre più vecchia


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La norma può avere esiti positivi. Ma c'è da fare i conti con una regione che invecchia e si svuota. I numeri


La norma per il momento è accantonata. Sta lì a principio di finanziaria ma Sala d'Ercole ne ha rimandato al trattazione. Un segnale che non fa ben sperare sul suo destino. L'articolo è quello che vorrebbe replicare in Sicilia il così detto
“modello Portogallo”, concedendo significativi sgravi fiscali agli stranieri che spostano la residenza in Sicilia. Una misura che è stata adottata con successo appunto in Portogallo, attirando nel Paese lusitano moltissimi pensionati, anche italiani, che si trasferiscono a “svernare” da quelle parti. La norma, inserita nella manovra “lacrime e sangue” ha suscitato un vivace dibattito in commissione Bilancio. Perché, pur nulla dicendo in merito all'età degli stranieri da “importare”, questo tipo di misura incentiva di fatto soprattutto la mobilità in entrata di anziani pensionati per i quali trasferirsi è ovviamente meno problematico. Ma può la Sicilia, sempre più vecchia, permettersi questo import della terza età? Diversi deputati in sede di dibattito hanno sollevato obiezioni, facendo notare, ad esempio, che la popolazione anziana è quella che ha maggior bisogno di cure sanitarie e che questo è un dato con cui la non ricca sanità siciliana dovrebbe fare i conti.

Il problema di fondo è uno, un dato di cui troppo poco si parla, e cioè che la Sicilia si sta svuotando, così come tutto il Mezzogiorno. Al Sud nascono sempre meno figli, i migranti non compensano a sufficienza questo scompenso demografico come accade nelle regioni più ricche e così la popolazione diminuisce e invecchia. Si tratta di un fenomeno di proporzioni massicce che ha ricadute economiche, ovviamente negative, enormi. Non è certo la causa della crisi, ne è una conseguenza. Ma è una conseguenza che ne amplificherà spaventosamente gli effetti.

Sì, la Sicilia si svuota. E parafrasando, anzi capovolgendo, il celeberrimo titolo di Cormac McCarthy, è sempre di più un paese per vecchi. “Importare” anziani per rimpiazzare i giovani che se ne vanno appare quindi una scommessa abbastanza azzardata.

I dati del Rapporto Svimez 2018 parlano chiaro. Le perdite di popolazioni più rilevanti in Italia si registrano proprio nelle regioni meridionali: -145 mila abitanti solo nel biennio 2016-2017 al Sud. “È come se sparisse da un anno all’altro una città meridionale di medie dimensioni – si legge nel rapporto -. Il peso demografico del Sud continua lentamente a diminuire ed è ora pari al 34,3%, due punti percentuali in meno dall’inizio del nuovo millennio, anche per una minore incidenza degli stranieri (nel 2017, nel Centro-Nord risiedono 4.272 mila stranieri, 872 mila nel Mezzogiorno). La fecondità è precipitata prima al Nord e, in seguito, anche al Sud con una velocità sinora mai sperimentata. Agli inizi degli anni ‘50 del secolo scorso si contavano 3,1 figli per donna nel Mezzogiorno e circa la metà nel Centro-Nord (1,6 figli); poi una lunga e ripida discesa della fecondità in tutte le ripartizioni e, negli ultimi decenni, una moderata ripresa per quelle del Nord, ha portato nel 2016 a valori inferiori al Sud (1,30 per donna) rispetto al Centro-Nord (1,36)”.

Questi trend porteranno nei prossimi decenni la Sicilia e il Sud a essere l’area più vecchia d’Italia e tra le più vecchie d’Europa: ci si attende che l’età media passi dagli attuali 43,3 anni (più bassa di quella registrata nel Centro-Nord) ai 51,6 anni nel 2065; “ciò inevitabilmente – scrive lo Svimez - riduce la popolazione in età da lavoro, compromettendo le potenzialità di crescita del sistema economico”.

A “svuotare” la Sicilia non è solo il calo delle nascite. C'è anche la ripresa dell'emigrazione. Che coinvolge soprattutto giovani. Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 183 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% circa si sono trasferiti all’estero. Quasi 800 mila di essi non sono tornati più nel Mezzogiorno. La tendenza non è migliorata nel 2016, quando si sono avvertiti segnali di ripresa. L'emigrazione ha fatto registrare ancora numeri altissimi e sempre più elevata risulta la quota dei laureati. Non solo. Un numero consistente di giovani ormai va via quando ancora studia: nell’anno accademico 2016/2017 i meridionali iscritti all’Università sono stati complessivamente 685 mila circa, di questi il 25,6%, pari a 175 mila unità, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nel dettaglio, dei 155mila siciliani iscritti all'università 42mila frequentano atenei del Centro-Nord.

Le proiezioni riportare nel rapporto Svimez prevedono da qui al 2065 un saldo negativo di più di un milione e 200mila persone, che porterà la Sicilia scendere sotto i quattro milioni di abitanti. E saranno abitanti sempre più vecchi e quindi sempre più fuori dal lavoro, un dato che compromette le speranze di sviluppo economico. Se non si lavorerà ad esempio sull'incremento del lavoro femminile, che ha ancora dati bassissimi nell'Isola, il sistema non sarà più sostenibile

Ovviamente, una popolazione sempre più vecchia ha sempre più problemi di salute. E viste le lacune del sistema sanitario del Sud, il saldo netto di ricoveri extra-regionali dalle regioni meridionali ha raggiunto nel 2016 le 114 mila unità, con la conseguenza di un cospicuo trasferimento di risorse dal povero Sud verso il sempre più ricco Nord.

In questo quadro, quindi, l'idea di rilanciare l'economia attraendo nuove fette di popolazione non più giovane può suscitare qualche comprensibile dubbio. La misura in sé potrebbe avere degli effetti benefici – ne ha avuto sicuramente in Portogallo – ma se adottata insieme ad altri interventi anticiclici che contrastino lo svuotamento dell'Isola, agendo prima di tutto sulle leve della formazione, dei servizi e del lavoro, su cui il Sud accusa enormi ritardi. In questo senso, la riforma federalista prevedeva una serie di correttivi di tipo perequativo, che sono rimasti in buona parte lettera morta. Anzi, negli ultimi anni la spesa pubblica ha penalizzato ulteriormente il Sud a vantaggio del Nord, cristallizzando la cittadinanza “limitata” dei meridionali, che subiscono una pressione fiscale pari se non superiore al Nord per effetto delle addizionali locali, ma hanno negati, scrive lo Svimez, “diritti fondamentali in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”.

In Portogallo il sistema ha dato degli esiti interessanti. Il Paese lusitano fa segnare un ottimo trend di diverasi indicatori economici. La disoccupazione ad esempio è scesa sotto il 7 per cento. Ma per raggiungere questi obiettivi Lisbona ha varato negli ultimi anni un pacchetto di misure anticicliche (e anti-austherity), non solo gli sgravi fiscali per gli stranieri, ma anche un aumento del salario minimo e delle pensioni e, di recente, un piano di riduzione fiscale per le classi medie. Sulla portata reale del “boom” portoghese però tanti si interrogano, visto anche che il Pil non cresce tanto (sempre più dell'Italia, certo). E allora, non sarebbe male forse, se proprio si deve guardare in casa d'altri, provare a coniugare la ricetta portoghese con quella della Svezia, il Paese europeo che meglio è riuscito a invertire il trend dello spopolamento, grazie a una serie di misure di spesa pubblica per la natalità. Che certo hanno un costo ma che possono scongiurare il ben più elevato costo, sociale ed economico, di una Sicilia tutta di chiome bianche.