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Il commento

La "secessione dei ricchi"
Oggi l'Ars può battere un colpo


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Dibattito a Sala d'Ercole sul regionalismo differenziato. La Sicilia parli con una sola voce.

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PALERMO – Oggi pomeriggio l'Ars può battere un colpo. Parlando, possibilmente con una sola voce, del “regionalismo differenziato”, la riforma che sui giornali viene sintetizzata ormai come “la secessione dei ricchi”. Ossia il patto che il governo nazionale si prepara a siglare con le regioni ricche del Nord attribuendo loro un'autonomia paragonabile a quella della Sicilia, con conseguenze, secondo molti critici che saranno nefaste per il Sud. Il passaggio di consegne da Roma a Veneto e Lombardia, infatti, rischia di rendere le regioni ricche ancora più ricche, ovviamente a scapito del Mezzogiorno, come abbiamo scritto nei giorni scorsi (leggi).

Oggi l'Ars ha la possibilità di far sentire la propria voce. Cosa che la Sicilia sul punto ha fatto poco. Per la verità, il presidente della Regione Nello Musumeci nei giorni scorsi ha scritto al premier Giuseppe Conte chiedendo che se regionalismo sarà, si rispetti la Costituzione. “Il Governo nazionale, nel rispetto delle norme costituzionali, assicuri il principio di solidarietà e di equità tra le Regioni italiane, nella sintesi tra spirito unitario e autonomistico”, ha scritto Musumeci.

Sì, perché la riforma da cui prende le mosse la secessione morbida delle regioni più ricche, fortissimamente sponsorizzata dalla Lega, si inserisce in quel quadro federalista che, guarda caso, non ha mai messo in atto proprio la parte messa nero su bianco a tutela del Sud. Ossia la perequazione, infrastrutturale anzi tutto, e i “Lep”. Per farla breve, questo significa che la Costituzione si premurava di far sì che il Mezzogiorno, penalizzato dal suo ritardo, non rimanesse indietro. E prevedeva che il gap si colmasse sia realizzando più infrastrutture, sia compensando le minori risorse dovute alla minore ricchezza, sia garantendo dei livelli minimi dei servizi (i famosi Lep) in tutta Italia, per evitare che si cristallizzasse una situazione di italiani di serie A e serie B. Ecco, quella parte lì, è rimasta lettera morta. Ora la Sicilia, che da regione ad autonomia speciale non vuole esporsi troppo contro l'autonomia altrui nella speranza (o pia illusione?) che il vento autonomista le porti benefici, chiede allo Stato che si ricordi di quel pezzo di riforma dimenticato. Basterà? È lecito pensare di no. Perché il manico in questa storia è saldamente in mani nordiste. E perché la controparte “meridionalista” nel governo di Salvini è rappresentata dai 5 Stelle (che qui al Sud hanno preso i voti per vincere) che su questa vicenda hanno dato l'impressione di non farsi sentire abbastanza.

E allora, serve che la Sicilia parli con una voce sola. Come ieri, con una lodevole iniziativa di Musumeci, ha fatto sulle ex Province, con una presa di posizione trasversale di tutta la deputazione nazionale eletta in Sicilia. Ecco, quello spirito serve senza ombra di dubbio in questa battaglia, da cui dipende il futuro del Sud, se non ci si vuole rassegnare ad avere tra qualche decennio un Mezzogiorno e una Sicilia completamente svuotati e abitati solo da anziani (leggi qui i numeri).

La Campania e la Calabria hanno già battuto un colpo con i loro consigli regionali. Il consiglio regionale del Molise discuterà la questione martedì prossimo. Il dibattito è stato richiesto da Forza Italia, molto critica sul regionalismo differenziato “che non farà altro che alimentare le disparità economiche tra Nord e Sud”. Nel frattempo, il mondo della scuola e della sanità, pilastri della coesione sociale su cui interverrà profondamente la riforma, stanno facendo sentire la loro voce. Una bocciatura sonora sui risvolti del regionalismo differenziato in ambito sanitario arriva dai primi risultati della  consultazione pubblica che la Fondazione Gimbe, riporta il Sole 24 Ore, ha lanciato dal 6 al 17 febbraio scorso. Il monitoraggio era era stato divulgato tramite i canali della Fondazione alla Camera dei Deputati, alle Regioni, a Fnomceo e Fnopi, Cittadinanzattiva e Conaps, Associazione Epac, Federspecializzandi, vari sindacati (Cimo, Snami, Sindacato nazionale Area radiologica, Cgil Toscana e Veneto, Anaao Assomed Veneto, Sumai Lombardia, Nursind) e decine di testate giornalistiche. Un campione di esperti, insomma, che ha bocciato la riforma, paventandone gli effetti nefasti. Come fa l’Ordine dei medici di Bari, che ha lanciato una campagna shock con l'immagine di una malata di cancro avvolta nel tricolore che chiede “Italia, non abbandonarci”. È una delle tante voci. La richiesta di autonomia differenziata avanzata da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna nell’ambito della sanità – afferma Carlo Palermo, Segretario Nazionale Anaao Assomed - rischia di spezzare definitivamente uno dei fili verticali che tengono insieme il nostro Paese e sostengono il senso di comunità nazionale”. Analoghi allarmi arrivano dai sindacati della scuola ma anche dalle Acli, dalla Cei. Insomma, che un rischio ci sia, un rischio serissimo di fare a brandelli quel che resta dell'idea di unità nazionale, ormai non lo gridano al vento solo pochi visionari meridionalisti. Ecco perché oggi l'Ars, che ha all'ordine del giorno il dibattito sul tema, deve battere un colpo, forte e chiaro. E senza farsi troppe illusioni sulle buone intenzioni di una politica trainata dalla locomotiva degli interessi del Nord.