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Zanca che ti passa

Luke Perry, uno di noi
La nostra estate è finita


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Il lutto per il popolare attore. Quando le estati duravano tre mesi. Da Facebook.

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"La mia generazione è sopravvissuta persino a Nikka Costa e agli anni di piombo. Ai decreti delegati, ai servizi deviati, ai sofficini e al pongo. Eravamo studenti ci sentivamo operai, certi giorni di festa non finivano mai. Aspettavamo il 2000 perché tutto sarebbe cambiato, ma tu lo avevi previsto che il futuro sarebbe passato?".

La morte di Luke Perry, il Dylan della serie Beverly Hills 90210, ha inevitabilmente fiondato tutti negli anni dei ciclomotori sgangherati e delle estati che duravano tre mesi, non quei quindici giorni delle ferie. La vita sapeva di piano A, mai di strategia di riserva, tutti avevamo un traguardo e se non c’era, se era impossibile, lo avremmo raggiunto comunque. Perché avevamo quel sano egocentrismo non ancora alimentato dalla fuffa della condivisione globale.


In fondo era un telefilm che avevamo messo in solaio, insieme a quel famoso piano A. Perché nel frattempo, come dice quella canzone, sognavamo la luna ma qualcosa non ha funzionato. Avevamo dimenticato Dylan, i maschi non avevano dimenticato Brenda, semplicemente perché lei aveva ancora occupato qualche parte del nostro immaginario continuando a stare in tv con altro.

Il solaio è crollato facendoci rendere conto che in quegli scatoloni non avevamo messo solo Beverly Hills, ma quello che speravamo, pensavamo, combattevamo. Nel frattempo sono arrivate terapie, lavori infami, gente che avrebbe dovuto accudirci andarsene troppo presto, responsabilità che non volevamo prenderci come un gatto troppo invadente. Io me li ricordo quegli anni, la prima serie era un appuntamento fisso a casa di uno dei miei migliori amici. Quello e la Champions nuova di zecca, tutta in chiaro, non c’era Sky. Ci vedemmo tutta la prima serie. Dicendoci a vicenda di stare zitti che non si capiva la trama.

Ci sentivamo ogni giorno con quel mio amico. Con i perculamenti di mio padre che ci diceva che telefonavamo più tra noi che con le nostre fidanzate. Lo vedo quel tempo, netto. Di spostamenti con il primo che aveva una moto, di partite a calcetto il lunedì e giovedì in campi a Sferracavallo, estrema periferia marittima di Palermo. Vedo tutto. Aspettavo il 2000 come un fantasma che non si sapeva che intenzioni avesse. Adesso che lo conosco da diciannove anni, direi che è un po’ più carogna del secolo precedente. O forse siamo noi che siamo cambiati.

Quel solaio crollato con Luke Perry, forse ci ha fatto rendere conto che tra gli scatoloni accantonati, forse, non avevamo messo un piano B. Un tunnel scavato col cucchiaino per non perdere la possibilità di evadere e scappare o semplicemente vivere.

Forse se ci guardiamo ora allo specchio dopo l’ennesimo idolo bruciato sull’altare del tempo e del fato, penseremo che abbiamo perso molto, tra capelli e fidanzamenti, tra matrimoni e divorzi, tra amore per il lavoro sempre più difficile perché un lavoro prima bisognerebbe averlo. Nella convinzione che stiamo subendo un’ingiustizia senza nessuna colpa. Che è solo il fato ad accanirsi contro di noi.

Allora forza, iniziamo a pensare ad un piano B, se già non c’è. Iniziamo a credere che nei ritagli di tempo di questa vita che ha in mano una forbice infame, c’è qualcosa che vogliamo ancora fare sfidando il sonno e l’alba del giorno dopo che ci deve vedere produttivi. Perché questo tempo e certe serie televisive, non ci cadano addosso di nuovo da un solaio malfermo.