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Semaforo Russo

Europee, si parla di liste
Non si parla di cose serie


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Candidature e contraddizioni.

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Ci separano due mesi e cocci dalle elezioni europee e incredibilmente assenti sono i temi più scottanti e drammatici di cui dovremmo discutere, di cui le forze politiche italiane ed europee dovrebbero discutere a cominciare da quel diffuso disagio sociale esteso in tutta Europa.

Si parla di liste e listoni, dei dilaganti pruriti populisti e sovranisti, di maggioranze sicuramente diverse e probabili inedite alleanze. Soprattutto manca un domanda: a chi e a cosa serve l’Europa unita? Su quali questioni non rinviabili il Vecchio Continente da decenni alla ricerca di una comune identità politica, economica e militare, attualmente diviso, contraddittorio e per ciò stesso fragile, deve affermare il senso della sua esistenza provocando un dibattito proficuo con gli altri paesi del pianeta?


Gli Stati e le unioni di Stati hanno o dovrebbero avere prioritariamente un compito: eliminare le cause profonde della povertà e delle enormi disparità, operare per la pace tra i popoli, cooperare con le organizzazioni internazionali per dare una mano in quegli angoli del mondo in cui l’Occidente ha ucciso, torturato, rubato, fermare il dissennato inquinamento dell’aria e dei mari che sta sconquassando la casa comune fonte di vita, di acqua e di cibo.

Alla globalizzazione dei mercati, tuttora non accompagnata dalla globalizzazione dei diritti, da parte di qualcuno si pensa di opporre con toni ridicolmente autoritari la celebrazione sciocca della sovranità di ogni singolo Stato nell’epoca in cui uno starnuto in America produce effetti in Asia, arricchendo chi è già ricco, compiacendo speculatori finanziari, guerrafondai e lestofanti che se ne fregano dei nazionalismi blindati e dei signorotti sovranisti, moltiplicando contrasti, emarginazione, disoccupazione, povertà e migrazioni.

Occorrerebbe invece - lo sa bene una sedicenne, Greta Thunberg, che ha sfidato governanti, multinazionali e possidenti a recitare un mea culpa per i danni ambientali prodotti dall'ingordigia - promuovere ampie intese tra le nazioni per una più equa distribuzione delle ricchezze, per adottare regole condivise sulle migrazioni e per salvare la Terra dalla spazzatura di ogni tipo e sostanza, secondo il principio irrinunciabile della centralità della persona, delle persone, rispetto alla sguaiata dittatura del mercato selvaggio, alla tirannia del profitto a ogni costo, alla costante violenza sulla natura e sulle specie animali.

Sì, il maledetto profitto a ogni costo, a costo di schiavizzare donne, uomini e bambini, di chiudere cantieri e fabbriche dopo avere violentato il territorio e intascato sovvenzioni pubbliche, di sottopagare e licenziare lavoratori, di massacrare risorse naturali e il delicato equilibrio dell'ecosistema, ecco perché maledetto. Ma bisognerebbe avere degli statisti alla guida del mondo e delle famiglie politiche, di destra, sinistra e centro, per combattere il virus dell'auto distruzione e il cancro delle intollerabili ingiustizie che affamano e umiliano milioni e milioni di esseri umani.

La Cina sta investendo in Africa somme da capogiro e molti cinesi vi andranno a lavorare. Loro hanno le idee chiare su economia e lavoro a basso costo, molto meno su diritti, libertà e democrazia. No, non intendiamo quel genere di statisti. Vorremmo statisti che stravolgano le crudeli regole della finanza planetaria, solleciti a emanare provvedimenti urgenti per contrastare povertà e disoccupazione, fermare lo scioglimento dei ghiacciai e la diffusione di elementi altamente inquinanti, per interrompere ogni venale e strumentale rapporto con l’Africa (in particolare) e inaugurarne di umani e solidali.

Invece abbiamo mediocri o furbi personaggi da est a ovest, da nord a sud, che innalzano muri, srotolano filo spinato, chiudono i porti, fomentano paure e odio lasciando però intatte le perverse dinamiche del dio denaro ovviamente imperanti a dispetto di sbarre, dazi e dogane.

Tutto ciò non ci salverà dalle speculazioni, dalle guerre, dallo sfruttamento di intere popolazioni e del coinquilino senza tutele, dalle orribili diseguaglianze, dai devastanti mutamenti climatici, dalla disperazione delle nuove generazioni private di un futuro possibile. Chi adesso si sente al sicuro, tanto da minacciare gli altri con la voce grossa, domani potrebbe dover chiedere aiuto e comprensione trovando desolate braccia allargate o, peggio, indifferenza.

Non ci salverà soprattutto dalla parte peggiore di noi fatta di egoismo e ostilità verso chiunque giudichiamo potenzialmente un nemico, bianco o nero, lontano o vicino. In Europa, culla del Diritto e antico scrigno del sapere, dovremmo riempie le piazze e gridare: basta con l'oppressione del mercato privo di cuore, basta inutili conflitti, basta sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dovremmo, e non lo facciamo. Eppure, sarebbe la risposta a quella domanda: a chi e a cosa serve l’Europa unita?