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PALERMO

Duplice omicidio Bontà-Vela
Ricorso contro l'assoluzione


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Il luogo del duplice omicidio

Unica imputata è Adele Velardo. Cosa contestano accusa e parti civili del verdetto di primo grado.

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PALERMO - Ci sarà un processo d'appello. Sia la Procura della Repubblica che le parti civili fanno ricorso, contestando l'assoluzione di Adele Velardo, imputata per il duplice omicidio di Vincenzo Bontà e Giuseppe Vela, avvenuto nel marzo 2016 in via Falsomiele, a Palermo.

Lo scorso gennaio sono state depositate le motivazione dell'assoluzione decisa dalla Corte d'assise. I giudici hanno ritenuto che sia stato solo il marito, Carlo Gregoli, a fare fuoco, mentre le prove della colpevolezza della moglie sono state ritenute insufficienti. La donna avrebbe assistito al delitto assumendo un “mero comportamento passivo”.

Secondo il pubblico ministero Claudio Camilleri e i legali dei familiari delle vittime, gli avvocati Ennio Tinaglia, Giovanni La Bua, Matteo La Barbera, Salvatore Ferrante e Vanila Amoroso, i giudici di primo grado hanno “redatto una motivazione contraddittoria su degli aspetti di assoluta rilevanza; trascurato di apprezzare la effettiva efficacia dimostrativa del materiale probatorio in atti; omesso di valutare talune risultanze probatorie”.

Dopo il suicidio del marito Velardo (qui l'intervista dopo l'assoluzione) era rimasta l'unica imputata e per lei era stato richiesto l'ergastolo. Sono molteplici i punti che non convincono accusa e parti civili. Primo fra tutti l'alibi della donna, la quale disse di essere uscita di casa per andare in farmacia assieme al marito che si era sentito male. “Risulta invero del tutto inverosimile ed illogico che l'imputata a fronte del malore accusato – si legge nell'atto di appello - non soltanto non abbia contattato il medico curante, ma non si sia neppure rivolta alla figlia richiedendole di effettuarle una misurazione della pressione ovvero di accompagnarla dal medico o al più in farmacia”.

Ed ancora, la figlia ha raccontato di “un pranzo familiare assolutamente ordinario e sereno, nel corso del quale, dunque, la madre (oltre a non fare cenno al delitto) non ha riferito di avere accusato alcun malore né ha richiesto alla figlia di misurarle la pressione”.

E qui ci sarebbe una contraddizione insanabile: “Delle due l'una: o Velardo, come affermato dalla Corte si era trovata 'imprevedibilmente ad assistere' all’azione commessa dal marito 'rimanendo con ciò sbigottita, attonita…', ma in tal caso la figlia ha riferito il falso, giacché durante il pranzo, secondo i canoni della credibilità razionale, giammai l'imputata avrebbe potuto mantenere un contegno manifestamente ordinario con il resto della famiglia, ovvero Velardo è effettivamente riuscita a simulare dinanzi ai figli un comportamento 'ordinario', ma ciò, tenuto conto di quanto era poco prima avvenuto, deve essere correttamente apprezzato quale indice di una lucidità che non può trovare altra logica spiegazione se non quella di una ponderata partecipazione al piano criminoso”.

Secondo l'accusa, l'esigenza di recarsi in farmacia era solo un alibi che “risulta del tutto privo di una logica spiegazione alternativa alla deliberata intenzione di andare incontro (armati) alla ricerca delle vittime”.

Altro punto contestato è quello relativo al movimento della donna, immortalata da una telecamera, mentre prendeva o posava qualcosa sotto il sedile. Secondo il pm, si trattava della pistola usata per il duplice omicidio. Velardo disse che “durante la manovra di retromarcia ricordo solo ora che ad un certo punto mi sono abbassata per cercare qualcosa dentro la mia borsa”.

La conclusione è simile alla precedente: “Delle due l'una: o l'imputata era attonita e sbigottita ed allora a tutto avrebbe potuto pensare tranne che a piegarsi per “prendere o posare qualcosa sotto il proprio sedile”, oppure ella, in quanto pienamente compartecipe del piano delittuoso del marito, ha da questi preso in carico la pistola, curandosi, con lucidità di riporla dentro il cruscotto”.

Infine, c'è il passaggio sulle particelle di polvere da sparo – 300 – rinvenute sul cruscotto e sulla maniglia destra dell’auto che, così si legge nell'atto di appello, erano “circa 4 volte superiori a quelle rinvenute sugli abiti dei coniugi e depongono, se non per un contatto diretto dell’arma con dette superiori parti del veicolo, quantomeno con un loro estremo ravvicinamento cui non può che avere provveduto il passeggero, ossia Velardo". La donna, dunque, secondo l'accusa, avrebbe partecipato al delitto. Si riparte dall'assoluzione in primo grado dell'imputata, assistita dagli avvocati Paolo Grillo e Marco Clementi che erano, invece, riusciti a fare emergere contraddizioni nella ricostruzione.