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L'INCHIESTA

"Chiedevano lavoro e favori"
In fila dall'onorevole Savona


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Il racconto agli investigatori del braccio destro del deputato regionale e dei suoi affari nella formazione professionale


PALERMO - Da un lato Riccardo Savona e i suoi familiari. Dall'altro tutti coloro che si sarebbero messi in fila per lavorare nella formazione professionale, promettendo in cambio l'appoggio elettorale al deputato dell'Ars. In mezzo, le falle del sistema che negli anni scorsi ha consentito che venissero elargiti finanziamenti senza che la Regione verificasse come venissero spesi.

Quella della Procura di Palermo e dei finanzieri, al di là di quali saranno gli esiti giudiziari, più che un'inchiesta è la fotografia della formazione professionale finanziata dalla Regione con i soldi dell'Unione europea. Con una novità di peso: la scelta di uno dei protagonisti di raccontarne il meccanismo illecito.

Michele Cimino, anche lui è indagato per truffa, è stato presidente dell'associazione Rises che nel 2015 dalla Regione ha ottenuto 226 mila euro per il progetto “Barocco siciliano”. È stato Cimino a confermare - l'ultimo interrogatorio è del 22 febbraio scorso - che ci sarebbe stata la regia del deputato regionale dietro una serie di società e progetti: “Tutte le decisioni venivano prese dal solo Savona in collaborazione con la moglie (Maria Cristina Bertazzo, ndr), poi traslavano le decisioni alla figlia (Simona Savona, ndr) che provvedeva ad emanare le direttive per l'esecuzione di quanto comunicatogli dai genitori”.

Alla figlia spettava il compito di avviare la macchina dei progetti e dei rimborsi, ma il ruolo del padre era insostituibile perché anche se i progetti “non li redigeva materialmente li seguiva passo passo”. Tante volte “la figlia veniva convocata d'urgenza dal padre perché lo stesso aveva appreso dagli assessorati eventuali deficienze documentali o errori nella redazione dei progetti”. Simona Savona si sarebbe occupata di fare quadrare i conti e schermare le irregolarità visto che - ha aggiunto Cimino - la gran parte del personale che veniva indicato in effetti faceva ben altro... questi progetti venivano realizzati solo sulla carta”.

Per giustificare i costi e incassare i finanziamenti i Savona avrebbero utilizzato personale e consulenti che già lavoravano in altre società a loro riconducibili che però nulla avevano a che fare con i corsi di formazione”. L'importante, a giudicare dalle parole di Cimino, è che avessero soprattutto un requisito: “La scelta dei nominati da inserire nei progetti era anche in base a quanti voti avrebbero potuto garantire. Savona era consapevole della forza dei singoli soggetti che gli andavano a chiedere favori e lavoro. Peraltro lui talvolta andava a trovare alcuni di questi presso il loro quartiere per potersi accaparrare quanti più voti possibili”. Più era il peso elettorale e “maggiori erano le possibilità di trovare il suo nominativo in qualche progetto”.

È un tema delicato che, seppure largamente descritto nel decreto di sequestro preventivo, non è formalmente citato nei reati finora contestati. Chi sono i collettori di voti che chiedevano lavoro e favori a Savona? C'è probabilmente un capitolo non svelato nelle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Sergio Demontis che guida il pool di sostituti che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione.

Così come resta aperto il tema dei controlli da parte della Regione: si poteva vigilare meglio? Fino a qualche anno fa il sistema aveva delle falle. Chi presentava un progetto e otteneva il via libera incassava un'anticipazione pari al 50 per cento del finanziamento complessivo. Poi, man mano che i corsi venivano espletati le società caricavano le spese sostenute in un programma elettronico chiamato "Caronte". Il punto è che quando suonava il campanello d'allarme il guaio era già fatto. L'unica cosa rimasta da fare è stata stoppare le richieste di pagamento che ancora pendevano.