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Il punto

Ars e giunta travolte da inchieste
La politica ora batta un colpo


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No a "giacobini" e processi sommari, ma un dibattito non si può rinviare aspettando i processi.


“…Non sono in commissione antimafia Nico’? Appena arrivano le lettere anonime sulla massoneria… Nico’ appena ti arrivano quattro lettere anonime, non si capisce?... arrivano cose sulla massoneria … tutte cose arrivano e io se sono cose di altri paesi… quando sono cose di
qui le prendo io e le strappiamo. Se sono cose serie le mandiamo alla procura, ma devono essere cose serie con riscontro, capito, che fai scherzi, secondo te non le so?”. Parlava così Giovanni Lo Sciuto con un consigliere comunale di Partanna. Perché il politico di Castelvetrano finito agli arresti nell'inchiesta trapanese, lo stesso che in privato si vantava della sua conoscenza con Matteo Messina Denaro, sedeva proprio nella commissione Antimafia, allora presieduta da Nello Musumeci. Quella stessa Antimafia dalla quale in questa legislatura arriva ora la richiesta, del presidente Claudio Fava, di fare un punto all'Ars sull'ondata di inchieste che ha travolto in questo mesi l'Assemblea, che ha sedici inquilini alle prese con vicende giudiziarie. E anche il governo regionale, dove quattro assessori su undici sono indagati: Mimmo Turano, Marco Falcone, Toto Cordaro e Roberto Lagalla.

I grillini in campagna elettorale avevano parlato di “impresentabili”. Ora, evitando i processi sommari e i linciaggi di piazza, muovendosi con le cautele che il diritto e la civiltà impongono, a partire dalla presunzione d'innocenza, insomma, maneggiando tutto quel bagaglio di garanzie con cui il Movimento ha dimostrato nel passato e nel presente di avere poca dimestichezza, resta però l'amarissimo sapore degli scenari inquadrati dalle inchieste giudiziarie. Che, a prescindere dalla responsabilità penale dei singoli per reati che andranno vagliati nelle sedi opportune e permettendo agli interessati di difendersi e confutare le ipotesi degli inquirenti (tante inchieste finiscono così ed è bene mai dimenticarlo), a prescindere da questo, si diceva, quelle inchieste raccontano comunque spaccati significativi sulle modalità di formazione del consenso in Sicilia, prima ancora che sulla capacità di influenzare la cosa pubblica. E su questo l'Ars e la politica siciliana in genere, non può non imporsi un gigantesco esame di coscienza. Il silenzio assordante che ha avvolto le ultime notizie lascia invece pensare alla volontà della politica di tirare innanzi facendo spallucce. E questo non può portare nulla di buono.

Le ombre che le inchieste giudiziarie addensano sull'ultima campagna elettorale si fanno sempre più spesse. Tra eletti e rombati sono una ventina le candidature finite sotto la lente di ingrandimento degli investigatori, circa 150mila voti in tutto, tantissimi se si pensa che Musumeci sconfisse Cancelleri con centomila voti di scarto. Dei 16 deputati indagati, 13 fanno capo alla coalizione che sostiene il governo. E i 5 Stelle, nel silenzio generale, commentano, col capogruppo Francesco Cappello, che “i voti di chi è ora indagato o peggio arrestato hanno contribuito a portare Musumeci alla guida della Regione”.

Il presidente della Regione ribatte che bisogna “rispettare nel silenzio il lavoro dei magistrati”. Parole certo condivisibili, così come, per chi scrive, quelle che stigmatizzano “giacobini e sanculotti”. E però. E però, ci sarà un modo, schivando la tentazione del processo sommario e della lettera scarlatta, di fare i conti con il racconto univoco e variegato che stanno offrendo le indagini su un modus operandi vecchissimo e consolidato con cui si costruiscono i pacchetti di voti in capo a questo o quel capobastone politico, pronto a metterli sul mercato nella grande asta dell'accaparrarsi il cambiacasacca che ha contraddistinto gli ultimi tormentati anni della politica siciliana. Per affrontare la questione, al di là dei singoli casi, non si può certo aspettare che i processi arrivino in Cassazione. Serve la politica. Se ne rimane.