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L'INCHIESTA

Politici amici e favori alla Regione
"La mafia investe nell'energia"


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Gli affari di Nicastri, Isca e Arata avrebbero goduto di una corsia preferenziale.

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PALERMO - Amicizie, corsie preferenziali, attività di lobbying e tangenti. C'è tutto questo nell'inchiesta.

La Procura di Palermo aveva messo gli occhi su Francesco Isca, indagato per associazione mafiosa. Imprenditore di Calatafimi, Isca avrebbe sfruttato la forza di intimidazione di Cosa Nostra per la sua scalata nel settore del calcestruzzo e dell'edilizia. I suoi riferimenti sarebbero stati Salvatore Crimi e Calogero Musso, considerati rispettivamente capomafia e reggente della famiglia mafiosa di Vita. I rapporti erano talmente stretti che Isca avrebbe mantenuto economicamente la sorella di Crimi, Anna, e il figlio di Musso, Vito. 
E poi c'erano i rapporti con Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro.

A fare il nome di Isco è stato Nicolò Nicolosi, reo confesso dell'omicidio del pastore Salvatore Lombardo, assassinato a Partanna, davanti a un bar, nel 2009. Nicolosi è diventato collaboratore di giustizia.

Nel corso delle indagini della Dia, coordinata dal'aggiunto Paolo Guido e dal sostituto Giancarlo De Leo, si è scoperto che Isca era in affari con Vito Nicastri e Paolo Arata. A Nicastri è stato confiscato un patrimonio che vale un miliardo e trecento mila euro. Secondo l'accusa, era la longa manus di Matteo Messina Denaro nel settore delle energie alternative. I soldi di Nicastri servivano anche al latitante.

Arata, deputato di Forza Italia dal 1994-1996, docente universitario molto noto, uomo dalle relazioni ad altissimo livello, avrebbe organizzato un reticolo di società assieme al figlio Francesco e alla moglie Alessandro Rollino. Il vero regista degli affari, però, sarebbe Nicastri, rimasto nell'ombra per le sue vicissitudini giudiziarie. Gli affari in comune non hanno ricevuto una battuta di arresto neppure quando, nel marzo 2018, Nicastri, già condannato per corruzione e truffa, è stato arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Costretto ai domiciliari Nicastri impartiva le direttive agli Arata, padre e figlio, persino urlando dal balcone della sua casa, a Castellammare del Golfo.

Così vengono ricostruiti gli affari: gli Arata, attraverso la Alquantara srl (da loro formalmente partecipata) o personalmente, hanno acquisito partecipazioni nella Etnea srl (operante nel settore del mini-eolico, con 10 turbine già produttive), nella Solcara srl (titolare di 6 torri mini-eoliche già produttive), nella Solgesta srl (partecipata, prima al 50%, poi interamente, da Solcara srl, impegnata in due progetti di costruzione di impianti di produzione di bio-metano), nella Bion srl (fotovoltaico) e nell'Ambra Energia srl (fotovoltaico). Nella Solgesta ci sono pure i soldi di Isca. Lo diceva lo stesso Paolo Arata: “Ha fatto un accordo con suo papà (si riferiva a Manlio Nicastri), in cui entrava come partner diciamo di finanziamento all’operazione per il biometano”.

Arata, così si legge nel decreto di perquisizione, avrebbe sfruttato "la sua precedente militanza politica in Forza Italia per trovare canali privilegiati di interlocuzione con organi politici regionali siciliani ed essere introdotto negli uffici tecnici incaricati di valutare, in particolare, i progetti relativi al bio-metano".

All'assessorato regionale all'Energia i suoi interlocutori sono stati “l'assessore Pierobon, grazie all'intervento di Gianfranco Miccichè, a sua volta contattato da Alberto Dell'Utri, fratello di Marcello". Secondo i magistrati, Arata sarebbe riuscito "ad interloquire direttamente con l'assessore regionale al territorio Cordaro e tramite questi con gli uffici amministrativi dell'assessorato, dopo avere chiesto un'intercessione a Calogero Mannino". Un rete di conoscenze che avrebbe consentito ad Arata di trovare le porte aperte in assessorato.

La faccenda si complica, e spuntano le ipotesi di reato, nel rapporto di Nicastri e Arata, con Alberto Tinnirello, ex dirigente del Dipartimento energia della Regione, oggi al Genio civile. Giacomo Causarano, funzionario dell'assessorato all'Energia, e con il funzionario del Comune di Calatafimi Angelo Mistretta.

Tinnirello avrebbe incassato una tangente, non quantificata dai pm, per passare informazioni sullo stato delle pratiche amministrative per l'autorizzazione integrata ambientale necessaria per gli impianti di bio-metano di Franconfonte e Calatafimi -Segesta della Solgesta s.r.l. Causarano avrebbe avuto 11mila euro, mazzetta mascherata da pagamento di una prestazione professionale resa dal figlio, pure lui indagato. In cambio avrebbe passato informazioni sullo stato delle pratiche amministrative degli impianti di produzione di energia rinnovabile. Nel caso di Mistretta la cifra schizza a 115 mila, intascati per rilasciare u'autorizzazione comunale alla costruzioni di alcuni impianti della Etnea srl- Quantas.

E poi c'è il capitolo romano dell'inchiesta. Il sottosegretario Armando Siri, della Lega, avrebbe intascato una tangente di trenta mila euro nella Capitale per promuovere una modifica regolamentare degli incentivi connessi al mini-eolico. Veniva stabilito di assegnare gli incentivi retroattivamente in maniera da favorire anche le già costituite società di Nicastri.-Arata. La modifica al Def 2018 non fu inserita, ma Siri, secondo l'accusa, aveva già intascato i soldi.

 

 

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