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PALERMO

Prof del Nord nella scuola del Cep
"Educare ragazzi a pezzi è difficile"


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Francesca Maccani ha raccolto le storie dei suoi allievi in un libro, "Fiori senza destino".

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PALERMO - Francesca Maccani è una professoressa di 44 anni. Insegna alle scuole medie. È nata in Trentino Alto Adige, ma vive e lavora a Palermo dal 2010. Quando è arrivata, sposata a un palermitano, due figli piccoli, la sua prima assegnazione è stata la scuola Cocchiara (oggi intitolata a Giuliana Saladino) del Cep, il quartiere limitrofo a Borgo Nuovo, che si estende fino alle falde di Monte Cuccio. "Un consiglio dei docenti così rumoroso non l'avevo mai visto e riuscivo a malapena a sopportarlo", scherza; poi si fa più seria: "Ho dovuto fare subito i conti con una realtà difficilissima". Racconta di emarginazione, povertà, violenza. Ma, aggiunge subito: "Ci sono ovviamente anche famiglie normali e poi il Cep non è caso unico, racconta una storia che è la storia di tutte le periferie d'Italia e forse del mondo".

L'esperienza della prof del Nord in una scuola del Cep di Palermo è diventata un libro, "Fiori senza destino", edito da Sem-Società editrice milanese. Un caso editoriale che è già stato presentato a Milano, che sarà a Torino per un appuntamento al salone off del Salone del lbro 2019. E questi "fiori" del titolo altri non sono se non gli allievi, alcuni allievi, con cui Francesca Maccani si è confrontata insegnando per la prima volta a Palermo. "Sono avidi di vita, non di libri, le chiedono di raccontare delle storie, ma non quelle finte, vogliono sapere della vita in città, della loro stessa città, Palermo, che per loro non è altro che un corpo estraneo al di là della circonvallazione", scrive Maccani nel suo libro. Perché quando i ragazzini del Cep decidono di trascorrere il sabato pomeriggio in centro città non dicono "andiamo in centro", dicono "andiamo a Palermo", come se il loro quartiere fosse un'entità a sé stante. Speriamo che col tram questa sensazione di non appartenenza si stia affievolendo", dice.

I "fiori senza destino" del suo libro sono personaggi che Francesca Maccani ha incontrato davvero durante la sua permanenza al Cep. "La prima che mi ha colpito e mi è rimasta nel cuore è Rosy, ovviamente il nome è di fantasia". Si tratta di una ragazzina con un ritardo mentale che i genitori, indigenti e troppo occupati a occuparsi di un altro figlio malato, hanno deciso di far "chiudere", ovvero di affidarla a una casa famiglia dopo che a scuola alcuni compagni si erano approfittati di lei. Ma c'è anche il ragazzo agile e snello che aiuta il padre con i soldi correndo la notte col calesse nelle gare clandestine in via Ernesto Basile; c'è la ragazzina che passa ore chiusa in veranda perché la mamma è una prostituta che lavora a casa e riceve in pausa pranzo gli uomini d'affari; c'è il bulletto che sogna di collaborare con i "capi" del quartiere; ci sono molti ragazzini coi padri in galera. Frequentano le scuole medie, ma sono già piccoli adulti. "Li osservava, quasi in cerca di un segno tangibile della storia che si portavano addosso. Ma niente. A prima vista sembravano ragazzini come tutti gli altri", scrive Maccani.

Resistere a quella "Palermo" non è facile, quindi la prof del Nord a un certo punto chiede il trasferimento e poiché ha avuto un terzo figlio, che è ancora neonato, lo ottiene e si riavvicina a casa, nella zona di via Notarbartolo. "Non ho paura di ammettere che mi sono spostata al centro perché non ce la facevo più, ci sono ruoli che sono come missioni - confessa -. Ero convinta di potermi lasciare alle spalle tutto, non dovrò più avere a che fare con queste storie, e invece: in ogni classe mi trovo 1 o 2 ragazzini che vengono tolti alle famiglie dei quartieri più poveri e vengono inseriti dagli assistenti sociali in scuole migliori per dare loro l'opportunità di cambiare, di crescere coi giusti tempi".

Cosa fare per aiutarli? "Educare è difficile. Ed è ancora più difficile se i ragazzi sono a pezzi. A ricucirli - è scritto nel libro - non ti insegna nessuno". "Possiamo fare poco - dice Maccani -, non possiamo nemmeno difenderci perché un insegnante non ha accesso al fascicolo del tribunale che riguarda il minore, noi possiamo accedere soltanto al fascicolo personale scolastico, quindi non sappiamo quali siano le sue problematiche, se ha commesso reati e che reati. Non posso difendermi nè aiutarlo".

Il dubbio sorge spontaneo: non sarà un cliché abusato questo parlar male delle periferie? E non sarà anche controproducente? "Io ho fatto una scelta precisa - conclude la prof del Nord - e nel libro racconto solo i casi più difficili per poter dar loro una voce. Una voce che non hanno. Ma una voce la meritano anche tutte le persone per bene di quel quartiere, che non riescono a farsi sentire, che non riescono a emergere, perché l'attenzione che meriterebbero gli è sottratta da questi pochi casi deviati".

Giusto Catania, assessore al Comune di Palermo e di professione dirigente scolastico, legge la storia e invita Francesca: "Torna a trovarci"