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L'intervista

Spaccaossa e lacrime di passione
"Palermo mia, credi alla speranza"


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Chiacchierata con l'arcivescovo, Corrado Lorefice, a cuore aperto. Il suo messaggio alla città

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E' il Giovedì Santo di Palermo, l'inizio della passione. Le ultime storie, secondo la cronaca fin qui disponibile, raggelano: carnefici che spaccavano ossa e vittime che se le facevano spaccare, in una macabra complicità, per truffare le assicurazioni. Cosa si può sperare in una città così?

Sul piano della Cattedrale si respira un'aria di estraneità al disastro. Tutto sembra innocente, mentre i turisti scattano selfie e ridono, nel ritratto istantaneo di un'emozione che, per la smania di condividerla, non verrà pienamente vissuta. Monsignor Corrado Lorefice sta celebrando la funzione; lo sciamare quieto dei fedeli comunica che la messa è finita. L'appuntamento era stato fissato a Palazzo Arcivescovile subito dopo, dal puntuale e attivissimo segretario, don Salvatore Biancorosso. Le scale dell'antica dimora conducono a un vasto salone.

Adesso c'è un'aria che sa di incenso. I sacerdoti si cambiano e vanno via. Il clima è conviviale, affettuoso, familiare, distante da troppe caricature della Chiesa. L'arcivescovo che vuole essere chiamato soltanto 'don Corrado' si affaccia da una porta e saluta quelli che vogliono salutarlo.

Chi è don Corrado Lorefice? La voce che proclama la speranza di Palermo, il sentimento più rivoluzionario di tempi tanto disperati, infatti può provocare un'aspra ostilità. Una misura di umanità e di fede che si riflette nei gesti del porporato, visibilmente stanco per la celebrazione appena compiuta, che si concede per un abbraccio, per una stretta di mano, per un sorriso. Perfino a un cronista salito quassù per chiacchierare un po', per sollecitare un flusso di coscienza che lasci una finestra socchiusa sull'interiorità di un uomo.

“Ho letto quelle notizie tremende – dice don Corrado –. Penso che ci siano aspetti diversi da valutare. C'è un problema di corruzione e uno di bisogno. Davanti alla corruzione è giusto indignarsi, ma poi bisogna mettere in campo gli strumenti necessari. La politica deve imparare a guardare alla vita delle persone, non al potere, a entrare nella carne di chi soffre per togliere sofferenza. E' inutile agitare questioni che, certo, sono importanti, come se fossero le uniche di cui occuparsi. Si devono dare risposte, con il pane, con il lavoro e a livello morale".

Una breve pausa per respirare sotto la coltre della stanchezza: "Sono preoccupato, non lo nascondo, per il vento che sta soffiando. C'è il rischio che chi è diverso venga messo a tacere, che le minoranze non siano più tutelate, né riconosciute e che si faccia coincidere la democrazia con un dito alzato, con un like. Ma questo non corrisponderà mai alla democrazia così com'è”.

Non a caso, quelli che gli vogliono bene sostengono che monsignor Lorefice sia molto attento alla società, mentre quelli che gli vogliono male lo definiscono un politico tout court. La voce che si affida alla speranza, invece, non è inquadrabile in uno studio di settore, né riducibile alla dimensione di un microscopio. Ha un percorso di fragilità e ascese, come chiunque, ma è sorretta da un altrove.

Si narra di migrazioni, di approdi, di generosità. “Quando sono arrivato a Palermo, nel dicembre del 2015 – dice don Corrado – mi è capitata l'occasione di recarmi al porto dove erano sbarcati quasi mille profughi. E c'era un senso di gioia che io ho colto da parte dell'intera città, non soltanto della Caritas o delle associazioni. Negli anni qualcosa è cambiato? Io credo che Palermo sia sempre degna del nome che porta e della sua vicenda consacrata all'accoglienza. E torniamo a quel vento che soffia per alimentare le paure. Davvero temiamo cinquanta diseredati che lasciamo galleggiare in mare aperto? Davvero possiamo discutere e ritardare il soccorso, mentre loro possono annegare? Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, è una sfida per Palermo e per tutti noi. E' necessario preservare la lucidità delle idee e il gusto di leggere gli eventi in profondità. Sì, questa è una comunità che soffre, con drammi e povertà. Ma non dobbiamo avere paura di aprirci, perché rischiamo di indurire il cuore, si rischia la sclerocardia. Le persone di buona volontà si uniscano, finalmente, senza distinzioni partitiche o di appartenenza”.

Un sorriso: “Io sono considerato un vescovo con una spiccata sensibilità sociale, lo so. E so che la costruzione della città degli uomini è difficile, ma non posso non dire che, prima di tutto, io vengo qui nel nome di Gesù e del Vangelo che è salvezza. Dobbiamo costruirla questa città degli uomini e fare rinascere la speranza. Un vescovo non esiste come mero gestore di una istituzione, è colui che ha la gioia di condividere con tutti il Vangelo che non è mai una imposizione. Il mio augurio è che i cristiani siano un segno e che portino sulle labbra l'insegnamento di Gesù".

Alla speranza si torna immancabilmente, alle parole e ai gesti come passaporti nelle reciproche solitudini, al chiaroscuro come luogo di un viaggio indefinito tra orizzonte e perdizione. La brutalità, la fame, la violenza, la solidarietà, la luminosa missione di Biagio Conte che dormiva sul marciapiede per svegliare gli indifferenti e fu il vescovo a chinarsi su di lui e a sollevarlo. La speranza, nonostante tutto, di una voce che non si arrende alla notte.

“Penso sempre ai martiri – conclude don Corrado – anche ognuno di loro è un segno. Voglio ricordare don Pino Puglisi, chi lo uccise colse il suo ultimo sguardo di mitezza e di non violenza. Non esiste una testimonianza più forte. Noi abbiamo il compito di testimoniare che è Pasqua. Nessuno abbia paura di Gesù. Nessuno abbia paura”.