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Garofalo all'occhiello

Un messaggio all'alba
Così Piero è risorto


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Pasqua può essere anche una persona che ti cerca.

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Di notte fa ancora freddo. Non piove, anzi il cielo è quasi sgombro di nuvole, per fortuna. Si può provare a camminare un po’, anche con questo buio, ma la stanchezza prevale; meglio rimboccarsi il giaccone e rientrare in macchina.

Piero dorme in macchina già da tre settimane. Ha trovato posto in questo squallido parcheggio periferico, fatto di muri scalcinati, di scritte incomprensibili e imbrattati di lordure. Guarda fuori, non c’è nessuno a quest’ora. Guarda le luci delle case che ad una ad una si vanno spegnendo. Tocca con mano una stretta qui sul petto, fra stomaco e cuore.


Piero ha sbagliato tutto. Anna non ne poteva più; lui non era più in condizioni di sostenere altre guerre. Pensa ai due figli maschi, lontani mille e più chilometri, ormai fuori dal suo controllo e dal perimetro stretto del suo amore. Non ricorda di essere mai stato tanto solo.

Ci sono parole che nel tempo cambiano colore. Sarà un fatto di età, o di vicende legate alla vita di ciascuno. O di entrambe le cose, chissà. Prendi la parola “gioco”, ad esempio: durante l’infanzia e la giovinezza ha colori variopinti e allegri, in età più avanzata può assumere una colorazione tetra e minacciosa. Gioco, come dire malattia. Piero non ci vuole pensare; anzi tende ad assolversi, se la rimozione di gesti automatici, di luoghi e di luci colorate, di macchinette infernali, di visi senza sguardi e di spasmodica frenesia di carte e di slot può davvero chiamarsi assoluzione.

Al lavoro se ne erano già accorti, soprattutto quando cominciarono ad insospettirsi per la sparizione di qualche banconota dai portafogli. Ladro, capito? Ladro. Che vergogna. Poi quelle assenze, quei lunghi periodi di silenzio, quell’evitarlo fino ad escluderlo, quelle espressioni di imbarazzo quando lo sfioravano casualmente, senza volere.

Si tira su il bavero, stanotte sarà più difficile prendere sonno. Solo la radio, illusione di gente vera che parla con lui; ma lui sente di non esistere più per nessuno “… e sta bruciando ancora, la cattedrale. I vigili sono tanti, si danno da fare con tutti i mezzi. Il Presidente Macron…” ma spegni, dai, che è tardi.

A radio spenta, pensa al grande incendio di una cattedrale e lo mette insieme ad un fuoco tutto suo, che brucia da un tempo incommensurabile. Pensa a suo padre, quando gli diceva di stare attento ai furbi. Pensa a sua madre che pianse quando andò via da casa. Pensa a Salvo, a quell’inutile e scomoda fraternità, di cui non ricorda alcuna vera prossimità amorevole. Avrebbe dovuto farcela da solo, senza il bisogno di nessuno, ma l’orgoglio fa a cazzotti con pietà e compassione. Lui non ci pensa, non lo accetta, non lo vuole. Non ce la fa.

Sono le quattro. Da dove si ricomincia? Sigarette finite, c’è ancora un ultimo pezzo di pizza, freddissimo e insapore; fra qualche ora si dovrà provvedere. Da dove si ricomincia? In tasca ha ancora qualche spicciolo; potrebbe andare a… Ma ha un sorriso amaro: si è giocato proprio tutto, proprio tutto; quando finiscono i soldi, quando le facce dei creditori diventano grigie, enormi e da incubi continui, la vergogna diventa uno strato di asfalto su di te, che ti schiaccia annullandoti. No, non c’è più nessuno a cui chiedere un ennesimo aiuto. Meno che mai alla sorte, che non ti ha mai aiutato, neanche quando sembrava che girasse col vento favorevole.

Un chiarore lontano, da dietro il muro, lo sorprende ad occhi chiusi, raggomitolato in una posizione quasi innaturale. Saranno circa le sei, è l’alba. Sbadigliando si accorge di essere riuscito a prendere sonno e che i pensieri tetri erano nel frattempo diventati desideri di una forma indefinita di morte. Il chiarore è un po’ più luminoso. Il cellulare dà un breve segnale, un messaggio. È Salvo, incredibile: “dove sei?”. Piero non vuole rispondere.

Qualunque rinascita dà l’impressione che debba avvenire unicamente con proprie energie; si stenta ad ammettere la partecipazione di chi vuole starti accanto, il principale ostacolo a una possibile ripresa si chiama superbia. “Vieni, dai. La colazione è pronta anche per te”. Può essere pronta una resurrezione, se si ammette di non essere solo, se si confida in qualcosa di imponderabile ed estraneo, totalmente estraneo al proprio orgoglio, che si chiama amore. “Devo stare con te, dobbiamo stare insieme”. Può esserci una resurrezione, affidata ad un germoglio nel cuore di un altro. Può esserci. Lasciati andare, adesso.

Accende il motore, ma rimane per un momento ancora fermo. La radio dice che “la cattedrale sarà ricostruita presto, con la partecipazione e l’amore di tanti…”. Adesso dai, che la resurrezione è lì, forse. Dipende da te, lasciati amare, se puoi.