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DIRITTI E DOVERI

Governo senza maggioranza
La soluzione è politica


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Nelle due legislature passate 9 rimpasti. Oggi numeri risicati e troppe divisioni. Come uscirne.

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La lunga esperienza dell’autonomia siciliana dimostra che la titolarità di rilevanti competenze normative ed amministrative e di una notevole mole di risorse costituiscono elementi necessari ma non sufficienti per realizzare politiche pubbliche efficaci, che si sostanzino in misure in grado di innescare processi di sviluppo economico, sostenere i ceti più svantaggiati e garantire elevati standard qualitativi e quantitativi di prestazioni e servizi pubblici.

Per raggiungere tali obiettivi si rivela di fondamentale importanza il funzionamento del sistema politico, che in Sicilia è stato tradizionalmente ostacolato dall’instabilità che ha costantemente generato maggioranza fragili e continui cambi di governo.

Per colmare questo handicap la riforma del 2001 ha delineato una forma di governo incentrata sulla elezione diretta e sulla figura del governatore, che avrebbe dovuto garantire l’omogeneità dell’indirizzo politico tra governo e parlamento regionale, in modo da aumentare la stabilità degli esecutivi, attraverso maggioranze omogenee, tendenzialmente stabili, unanimemente operanti nel governo e in parlamento.

Tuttavia, com’è noto, il nuovo modello istituzionale si è rivelato incapace di raggiungere questi obiettivi. Nelle due legislature precedenti, infatti, si sono registrate complessivamente 9 crisi di governo, con altrettanti «rimpasti» in giunta, frutto di continue ed estenuanti mediazioni che hanno costretto il Presidente della Regione a ricercare il sostegno di fazioni, di gruppi di opposizione ovvero di singoli deputati, determinando più o meno prolungate fasi di ingovernabilità.

Nell’attuale legislatura non si sono registrati crisi di governo ufficiali, ma la maggioranza è stata afflitta da problemi interni che hanno ostacolato l’adozione delle riforme proposte dal governo e reso difficoltosa l’approvazione di ogni proposta legislativa del governo, compresi i documenti finanziari.

Il problema, pertanto, non è numerico, poiché, per quanto ridotta la maggioranza esiste comunque, ma dipende dalla condivisione dell’azione di governo: un elemento che nessuna legge elettorale può garantire e la cui soluzione deve necessariamente rintracciarsi sul piano dell’azione politica.

Sotto un primo profilo le esperienze dei diversi governi senza maggioranza di questi anni (Spagna, Regno Unito ecc) dimostrano che la via d’uscita all’impasse dipende dalla capacità del governo di individuare obiettivi, tematiche e misure capaci di coagulare interessi trasversali, che travalichino i confini della maggioranza ufficiale.

Ciò non necessariamente attraverso accordi politici strutturali che comportino modifiche stabili degli equilibri politici consolidatisi e degli schieramenti costituiti dalle elezioni, ma bensì mediante accordi su singoli temi con le forze politiche che condividono determinati disegni di riforma.

La situazione delle “nuove” province richiede interventi urgenti che si spingano oltre la semplice iniezione di risorse, e dalle dichiarazioni ufficiali risulta che tutte le forze politiche regionali condividono la necessità di una ridefinizione delle funzioni. Ambiti di attività come il turismo, il sistema dei lavori pubblici, la disciplina dell’attività edilizia, la programmazione delle infrastrutture, le politiche ambientali richiedono interventi urgenti che potrebbero costituire oggetto di accordi che prescindono dal colore politico e dall’appartenenza agli schieramenti ufficiali. Accordi su questi temi non comporterebbero modifiche degli schieramenti ufficiali, aiuterebbero la Sicilia ad uscire dalla pericolosa situazione di stallo che ne acuisce le difficoltà e soffoca le potenzialità, e produrrebbero benefici effetti politici per tutte le forze politiche coinvolte.

La seconda opzione, cumulabile con la prima, è quella di realizzare profonde riforme attraverso la autonoma potestà normativa ed amministrativa del governo. Ciò consentirebbe all’esecutivo, tra l’altro, di adottare efficaci misure di attuazione delle norme sulla semplificazione dell’attività amministrativa e sul rispetto dei termini procedimentali, di rendere più efficiente la gestione dei fondi strutturali europei attraverso l’adozione dei più diffusi strumenti di valutazione della qualità dei progetti e la previsione di forme di assistenza tecnica alle amministrazioni locali, di adottare misure non legislative di selezione dei contenuti della formazione professionale e dei formatori e di controllo sulla qualità dei progetti formativi e della didattica in grado di ovviare alla incapacità del sistema regionale di formazione professionale di offrire opportunità ai giovani; di incrementare l’efficienza dei servizi sanitari e ridurre gli sprechi attraverso l’adozione di misure che garantiscano il rispetto delle norme sugli acquisti di beni e servizi, sul controllo delle prescrizioni, sulla riduzione delle liste di attesa, sulla promozione dell’attività ambulatoriale e dei regimi di ricovero alternativi a quello ospedaliero, l’effettiva applicazione dei sistemi di monitoraggio e controllo sul conseguimento degli obiettivi e sulla responsabilizzazione dei manager.

La semplice attuazione delle norme vigenti consentirebbe di realizzare da subito, indipendentemente dalle turbolenze di natura politica, una profonda riforma del sistema regionale, che lo renderebbe molto più efficiente e competitivo, con notevoli riduzioni di spesa e benefici per cittadini e imprese. Emblematica, in tal senso, l’esperienza del Belgio, ove nel periodo 2010-2011 il governo provvisorio conseguì notevoli risultati in termini di politica socio economica attraverso l’ordinaria amministrazione, senza possibilità di varare grandi riforme che avrebbero richiesto un ampio consenso politico.