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I conti, le ex Province, le strade: senza una buona intesa col governo nazionale difficile uscire dal pantano.

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“Lasciateci lavorare, senza maggioranza, senza riferimenti nazionali. I siciliani alla fine comprenderanno lo sforzo non eroico, ma pulito e determinato di questo presidente e di questo governo”. Così parlò Nello Musumeci all'Ars il 16 aprile scorso. Ma i buoni propositi e la buona volontà del governatore potranno davvero superare il duplice scoglio? Di quanto sia complicato andare avanti per il governo senza una maggioranza all'Ars, e di come questo penalizzi l'azione della giunta impantanandola, abbiamo già detto e più volte.
Ma il secondo tema, quello dei rapporti con gli interlocutori nazionali, si va facendo col passare delle settimane altrettanto complesso e penalizzante. Tanto che nei giorni scorsi abbiamo inserito proprio il difficile rapporto con il governo di Roma tra le dieci “spine” che fanno soffrire la giunta regionale. L'assenza di “riferimenti nazionali” in una stagione di partite aperte e delicatissime con Roma può essere esiziale per la Sicilia. Il governo regionale fin qui ha cercato il confronto con Roma, tavoli aperti sulla spinosa questione della finanza pubblica e delle ex Province, altri dossier scottanti. Ultimamente il confronto ha avuto anche toni aspri, vedi ad esempio la polemica infuocata con il ministro Toninelli. Il clima elettorale non ha aiutato in queste settimane e dopo il voto occorrerà riprendere il filo. A partire dalla grana di tutte le grane, quella del disavanzo da recuperare. Al momento sembra che la possibilità di spalmare la somma monstre in trent'anni sia preclusa. È un grosso guaio per il governo e per la Sicilia. Visto anche che i documenti contabili approvati ne uscirebbero stravolti e lacrime e sangue scorrerebbero per tutti. “Noi ci accontenteremmo anche di un lasso di tempo inferiore ai trent'anni, pur di evitare il collasso. E anche per rimpinguare quei capitoli che toccano le corde sensibili di alcuni settori della nostra società”, ha detto Musumeci confidando “nel senso di responsabilità” del governo Conte.

C'è poi la grana delle ex Province. La marcia verso un default di massa è avviata da quel dì. Il tavolo tecnico aperto al ministero dell'Economia non ha ancora portato i risultati auspicati. Cateno De Luca giorni fa s'è detto pronto a consegnare la fascia di sindaco metropolitano al prefetto. L'Anci Sicilia non ha escluso altre iniziative clamorose. Anche qui però serve un patto con Roma. In questo clima surreale il 30 giugno dovrebbero svolgersi le elezioni di secondo grado negli enti d'area vasta siciliani, sul cui futuro aleggiano ancora spettri inquietanti.

Non solo conti e liberi consorzi, le questioni aperte sull'asse Roma-Palermo sono tante e tutte importanti. C'è ad esempio la partita dei vitalizi. Il governo nazionale su spinta grilina chiede la sforbiciata agli assegni degli ex parlamentari. L'Ars fin qui ha fatto qualche resistenza, ma se non si procede salteranno alcune decine di milioni di trasferimenti statali. Una commissione è stata formata a Palazzo dei Normanni per proporre un'alternativa siciliana alla proposta nazionale, che non mandi sul lastrico ex onorevoli novantenni. E poi c'è l'incertezza sul futuro di Riscossione Sicilia, altra faccenda da mettere fuoco con lo Stato, per capire se ci sarà un passaggio alla sfera dell'Agenzia delle Entrate o se nascerà un nuovo soggetto regionale al posto della società che riscuote i tributi nell'Isola. Analogo discorso vale per il futuro del Cas, per il quale si è tornati a parlare di un possibile matrimonio con Anas. Di mezzo però ci sono i rapporti molto tesi sulle Infrastrutture, con polemiche ormai frequenti tra la giunta e il ministro Toninelli. Tra i motivi di tensione anche la nomina del commissario per le strade siciliane (si attende ancora un nome, non sarà il governatore). E ancora bisognerà capire che atteggiamento adottare dopo l'impugnativa da parte del governo Conte di alcune parti della finanziaria regionale.

Insomma, sulla strada per la Sicilia una buona intesa con Roma sarà quanto mai utile da qui ai prossimi mesi. Con o senza “riferimenti nazionali”, Musumeci e il suo governo lo hanno ben chiaro, al di là dei proclami. E bisognerà metterci mano prima che - dopo la sapiente immersione in campagna elettorale - la Lega torni alla carica sul regionalismo differenziato che può dare il colpo di grazia al Sud.