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A SCIACCA

Sospetti, veleni e trasferimenti
Il “giallo” del sangue infetto


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Undici casi di epatite C nello stesso reparto. Cosa è successo? L'Asp nel 2017 'esautora' il primario. Ma dopo 2 anni, resta il mistero.

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La statistica è assurda: undici pazienti hanno contratto l’epatite C nello stesso reparto, quello di medicina trasfusionale dell'ospedale Giovanni Paolo II di Sciacca, e tutti nello stesso periodo, sei mesi nel corso del 2016. Un'epidemia che ha fatto scattare l'allarme del ministero della Salute e dell'assessorato regionale della Salute. I pazienti oggi sono tutti guariti, ma sul caso rimane uno strascico di veleni sul trasferimento del primario dell'unità in cui è avvenuta l'infezione.

L'epidemia

I primi casi emergono nell'ottobre del 2016: tre pazienti in cura presso l'Unità operativa semplice di talassemia sviluppano una infezione da epatite C, o, come si dice nei documenti medici, una sieroconversione da virus HCV. Secondo i dati del Centro Nazionale Sangue l’incidenza dell’epatite C in Italia è bassissima, sono circa 0,2 casi ogni 100 mila abitanti, mentre il rischio di infezione nei pazienti politrasfusi è di uno su un milione di donazioni. Per questo la presenza di tre casi in pochi giorni e nello stesso luogo sembra da subito anomala al dottore Filippo Buscemi, direttore del reparto di Medicina trasfusionale, che dunque segnala i casi alla direzione dell'Asp e presenta un esposto alla procura di Sciacca.

Nei giorni successivi le analisi interne permettono di scoprire altri casi di infezione da Hcv, individuando undici pazienti coinvolti tra aprile e ottobre. Numeri talmente fuori dalla regola che Buscemi fa partire il tracciamento delle sacche di sangue e dei loro donatori, mentre si attivano tre indagini dei Nuclei Antisofisticazione dei Carabinieri, del Centro regionale sangue e del Centro nazionale sangue. Il timore in quel momento è che il focolaio di epatite sia causato da sangue infetto, ma già nel gennaio del 2017 Buscemi presenta una relazione in cui mostra che tutte le sacche usate erano negative. Non solo: tutti i donatori sono stati ricontrollati e il loro sangue risulta pulito. Per questo Buscemi scrive nella sua relazione che "ciò esclude la trasmissione post-trasfusionale del virus dell'epatite C". 

Alla stessa conclusione giungono le analisi del Centro regionale sangue e del suo omologo nazionale, che in due relazioni diverse concludono in favore della sicurezza del sangue trasfuso. Secondo la relazione finale degli ispettori regionali i "punti critici" in cui poteva avvenire il contagio erano i controlli sui donatori, le procedure di gestione delle unità di sangue, l'esecuzione dei prelievi sui pazienti e le stesse trasfusioni. Gli ispettori escludono il rischio di infezione del sangue, già scartato da Buscemi, e la possibilità che il sangue sia stato contaminato durante la lavorazione. "L'evento - si legge nelle conclusioni della relazione - non può essere considerato un incidente trasfusionale".

Resta il momento in cui si mettono le flebo ai pazienti. Gli ispettori dell'assessorato scrivono che "si può ipotizzare un errore di procedura nell'applicazione, gestione e lavaggio della agocannula che veniva utilizzata sia per fare il prelievo di sangue necessario per eseguire le prove di compatibilità e sia per eseguire la trasfusione delle unità di sangue". Di questa opinione sono anche gli ispettori ministeriali del Centro nazionale sangue, che nel dicembre 2017 scrivono che le infezioni sono "classificabili quali incidenti correlati al processo di somministrazione della trasfusione, determinati da una non corretta gestione degli accessi vascolari". Le flebo, dunque, sono la causa più probabile.

Sul perché i pazienti siano stati infettati, però, ci sono varie ipotesi. "La commissione non è in grado di accertare se si tratta di errori procedurali sistematici o di errori di singoli operatori", scrivono ancora gli ispettori regionali. Ancora più dura è l'ipotesi che Buscemi e altri quattro medici del reparto di medicina trasfusionale mettono per iscritto nel loro esposto alla procura di Sciacca: "Escludendo le altre cause possibili - scrivono i medici - stante la ricorrenza di ben tre casi in pochi giorni, non si potrà trascurare quella dolosa". Sul caso sta ancora indagando l’autorità giudiziaria. I pazienti, nel frattempo, sono stati tutti curati con farmaci antivirali e sono guariti.

La lotta interna

Mentre gli ispettori ministeriali e regionali sono al lavoro, nella primavera del 2017 si accende un caso nel caso. Le commissioni del CNS e del CRS e quella interna dell'Asp di Agrigento chiedono al primario Filippo Buscemi di segnalare le infezioni di epatite al Sistra, il Servizio informazioni trasfusionale del CNS in cui vengono raccolti a fini statistici tutti gli incidenti che riguardano i servizi trasfusionali. Secondo una delibera dell'Asp del giugno 2017 Buscemi avrebbe ritenuto di non dover fare la segnalazione "nonostante la richiesta da parte del CNS ", e nonostante in seguito sia stato sollecitato a farlo anche dal CRS.

Questo rifiuto ha significato "il differimento dell'accreditamento del Centro trasfusionale di Sciacca", e per questo la direzione dell'Asp di allora, composta dal direttore generale Salvatore Lucio Ficarra, dal direttore sanitario Silvio Lo Bosco e dal direttore amministrativo Salvatore Lombardo, decide di assegnare temporaneamente Buscemi al reparto di Medicina trasfusionale di Agrigento e di affidare a un altro medico la “riorganizzazione” del reparto di Sciacca, “in attesa che le suddette attività amministrative e giudiziarie vengano definite”, ovvero in attesa delle conclusioni delle indagini ministeriali, regionali e giudiziarie.

Il sindacato medico Cimo racconta un’altra versione del trasferimento di Buscemi: la richiesta da parte di CNS e CRS di inserire i dati delle infezioni nel Sistra è, si legge in una nota della Cimo, "un'incongruenza apparentemente inspiegabile". Questo perché "riguardo all'inserimento dati nel Sistra - si legge nel documento Cimo - il dottor Buscemi controdeduce che, non trattandosi di incidenti trasfusionali, gli undici casi di sieroconversione non vanno inseriti". La Direzione aziendale sollecita l'inserimento della segnalazione, ma il direttore della Medicina trasfusionale, insieme ai medici e biologi del suo reparto, ribadisce per iscritto che, “in ottemperanza alla normativa vigente”, non essendo un incidente trasfusionale i dati non vanno inseriti nel Sistra.

Il braccio di ferro tra Buscemi, la Direzione e gli organismi regionali e nazionali va avanti fino ad arrivare, come si è visto, alla delibera di trasferimento del primario ad Agrigento. L'Asp di Agrigento comunica poi a Buscemi l'apertura di un procedimento per "gravi delitti commessi in servizio" che prevede il licenziamento senza preavviso, procedimento che però è sospeso "in attesa della conclusione del procedimento penale ". Solo che, precisa ancora la Cimo, "non è mai stato avviato alcun procedimento penale nei confronti di Filippo Buscemi, come risulta chiaramente dagli estratti del Casellario Giudiziale". Nel gennaio del 2019, conclude la Cimo, l'Ufficio procedimenti disciplinari della stessa Asp di Agrigento ha espresso l'archiviazione del caso scrivendo che "la procedura del luglio 2017 si fondava su un erroneo presupposto, ossia l’esistenza di un procedimento penale a carico del dipendente, di cui non vi è più evidenza".

La guerra sulle infezioni di epatite però è ancora in corso. Non solo per le indagini della magistratura su chi sia responsabile del focolaio e su come sia potuto avvenire, ma anche dal punto di vista dei procedimenti disciplinari. I dirigenti che dipendono dall'assessorato alla Salute affermano di non poter rilasciare dichiarazioni senza l’autorizzazione dell'assessore Ruggero Razza, il quale, alla richiesta di parlare della vicenda, non ha voluto fare commenti né ha voluto autorizzare i dirigenti a farlo. E così, resta il mistero.