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I rosanero in serie C

Zamparini, da re a 'carnefice'
Così è morto il calcio a Palermo


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Una progressiva discesa nell'abisso. L'ultimo atto di una sentenza incalcolabile.


Lo raccontarono come l'inizio della gloria. Era l'annuncio della fine. Anno di grazia 2011, finale di Coppa Italia Palermo-Inter. I piccoli e tenaci rosanero contro lo squadrone nerazzurro. Due gol di Eto'o e uno di Milito soffocarono l'urlo di Munoz che sapeva di stigghiole, panelle, gioia e palermitanità. Di quei giorni si ricordano, soprattutto, gli spiritati concittadini alla frenetica ricerca del biglietto e lo stadio Olimpico che pareva piazza Politeama con curve e gradinate montate addosso.

Sembrava l'ingresso nella felicità era la cacciata nello sgabuzzino: seguirono campionati anonimi e retrocessioni, dolorosissimi calcoli renali espulsi da un disimpegno che mortificò le aspettative di tutti. Ma soprattutto si avvertì il rumore della pelle rosanero che si staccava dal pallone, progressivamente, inesorabilmente. Come se ci fosse la consapevolezza che più in alto di così non si sarebbe mai arrivati e che era stato un peccato mortale per noi, paria e pigmei dell'impero, immaginare l'ascesa oltre il limite.

Il calcio a Palermo non è morto improvvisamente ieri – ecco il punto che duole appena a sfiorarlo - con la mazzata di una sentenza incalcolabile su cui ancora non è stata stampata l'ultima parola ma che ha prodotto il sentimento collettivo di un elettrocardiogramma piatto. Quel pronunciamento, semmai, offre lo spasimo estremo di un'agonia, l'atto finale di una storia in cui un popolo si è sentito preso in giro e ha voltato le spalle al suo stesso amore.

Ricordate cosa accadde dopo il 2011? Le promesse non mantenute. I voli pindarici abortiti. Le rose piano piano smantellate. Gli arabi e poi l'americano di turno e poi il miliardario dal nome esotico... e il closing, parola oscura e taumaturgica, che prese il posto dell'offside. E i tifosi, con il cuore a brandelli, costretti a improvvisarsi economisti, a inventarsi esperti di finanza, a stare appesi a una sillaba: si firma o non si firma? E Baccaglini che aveva un bel sorriso telegenico. E quell'altro che era sul punto di.... Nel frattempo, l'anonima esistenza di una squadra pro tempore che raffigurava la pallida e volenterosa copia dei campioni di un tempo usciva dallo sguardo e dall'anima. Così, a poco a poco Palermo ha dimenticato il pallone per assenza di imprese e di eroi, per sovrabbondanza di delusioni e carte bollate. La serie C gettata in faccia a una comunità umiliata è stata soltanto l'ultima delle percosse.

Questo saliscendi onirico ed emotivo – dalla vetta condivisa con i grandi alla pedata nel culo, con rispetto parlando – è ovviamente legato al nome di Maurizio Zamparini, su cui è stato scritto di tutto, in cronaca e giustificatissimo risentimento, con un'ampiezza quasi enciclopedica.

Rimane, però, da indagare il rapporto di un'intera città con colui che era il re e adesso è percepito alla stregua del peggiore dei carnefici. Le ragioni di un tale cambiamento di punti di vista stanno negli eventi. Ma noi palermitani dovremmo interrogarci una volta di più sulla sindrome morbosamente infantile che ci lega all'uomo che detiene il potere e con esso la strada che regola le nostre necessità e i nostri sogni. Siamo incapaci di critiche ragionate come di entusiasmi con gli occhi aperti. Conosciamo l'esaltazione o la forca e vale sempre, a prescindere dai fatti di questi giorni.

Pochi avevano il coraggio di additare le incontinenze di Re Maurizio quando era un intoccabile, nessuno oggi è disposto a ricordare le numerose occasioni in cui un esercito di ammiratori si è inginocchiato al suo cospetto per colmarlo di lodi e benedizioni. Amiamo, lasciandoci calpestare e calpestiamo ciò che abbiamo amato. Altrimenti, che palermitani saremmo?