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PALERMO

Videoterminalisti, trema il Comune
Citati la giunta e i dirigenti


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La Corte dei Conti punta il dito contro Orlando e i suoi assessori e chiede 300 mila euro


PALERMO - Quasi 21 mila euro l’uno, per un totale di 293 mila euro: la Procura della Corte dei Conti bussa alle porte del comune di Palermo e presenta un conto salato al sindaco Leoluca Orlando, alla vecchia giunta e a dirigenti e revisori per la questione dei videoterminalisti, ossia il migliaio di dipendenti che negli anni scorsi ha percepito una indennità da videoterminale contro cui il ministero delle Finanze aveva già puntato il dito ritenendola “irragionevole”.

E proprio gli ispettori del Mef, arrivati a piazza Pretoria tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 e autori di una corposa relazione piena zeppa di rilievi, fra cui appunto quello sui videoterminalisti, hanno inviato le carte alla Procura della Corte dei Conti che il 2 maggio scorso ha citato e invitato a compare il sindaco Orlando, gli assessori dell’epoca Cesare Lapiana, Giuseppe Barbera, Agata Bazzi, Francesco Giambrone, Giusto Catania, Agnese Ciulla, Barbera Evola, l’allora Segretario generale Fabrizio Dall’Acqua, i dirigenti Sergio Pollicita e Rosa Vicari e i revisori dei conti Antonino Maraventano, Fulvio Coticcho e Francesco Vetrano. Tutti chiamati a comparire, il prossimo 2 ottobre, davanti alla sezione giurisdizionale per la Sicilia come presunti colpevoli di un danno erariale da quasi 300 mila euro.

Una vicenda complessa, articolata e in parte già risolta, visto che l’indennità dal 2014 non viene più corrisposta e che il Comune, dopo la bacchettata degli ispettori ministeriali, ha addirittura provato a recuperare le somme erogate, prima chiedendole ai singoli dipendenti e poi prelevandole (sul modello del ‘salva Roma’) dal fondo per i servizi. Ma questo non è bastato a fermare la magistratura contabile che, forte della relazione del Mef, ora chiede conto e ragione a Palazzo delle Aquile.

Motivo del contendere è l’indennità di videoterminale riconosciuta a una parte dei dipendenti comunali per l’uso del computer: un benefit che il ministero ha da subito segnalato negativamente, essendo “di tutta evidenza come l’uso del computer rientra come ordinario strumento di lavoro nell’abituale attività lavorativa di qualsiasi categoria”. Da qui l’accusa di un compenso aggiuntivo ritenuto “irragionevole”, visto che si trattava di normali attività.

“Oltre a tale circostanza di immediata percepibilità per qualunque cittadino di media sensibilità e cultura – scrivono i magistrati – ostavano alla corresponsione del beneficio anche chiare considerazioni di carattere giuridico”. Secondo la Corte, infatti, il contratto collettivo nazionale non prevedeva alcuna indennità di questo tipo ma, nonostante questo, assessori e dirigenti (“violando legge e buon senso”) hanno sottoscritto il contratto collettivo decentrato integrativo per il personale comunale nel dicembre del 2013 che contemplava, per l’appunto, l’indennità. I magistrati, così come gli ispettori, contestano in poche parole che si possa considerare a rischio un’attività, quella svolta a un computer, ritenuta ordinaria per tutti i dipendenti pubblici; e per farlo si basano anche su un parere dell’Aran che si era espressa negativamente sull’indennità da videoterminale. Parere citato dalla Procura per “escludere qualsiasi tentativo inteso a sminuire o elidere la gravità della colpa ascrivibile ai soggetti che tale indennità decisero di erogare nonostante il chiaro disposto normativo e la conforme interpretazione dell’Aran”.

In realtà, l’indennità da videoterminale era già prevista da tempo al comune di Palermo (almeno dal 2008) e la giunta Orlando decise di toglierla proprio perché in contrasto con le norme vigenti. Ma l’aver fissato un limite temporale (fine 2013) non è bastato a “salvare” sindaco e assessori dalle accuse della magistratura, visto che comunque l’indennità è stata pagata sino alla data prevista, né è bastato aver chiesto indietro i soldi a partire dal 2019. La cifra indebitamente sborsata in realtà arriva al milione e mezzo di euro, ma soltanto per una parte (meno di 300 mila euro) non è ormai intervenuta la prescrizione. E se la Procura ha archiviato la posizione dell’allora Ragioniere generale Carmela Agnello, per gli altri, nonostante le memorie difensive, è scattata la citazione a comparire.