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La crisi

Ossa spaccate, serie C, gabbiani
Le tristi cartoline da Palermo


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Le storie di questa Palermo, la speranza che manca e le cartoline della nostra città.


Nemmeno il cielo ci salva a Palermo e quei gabbiani che calano in picchiata sulle persone – pennuti innocenti che difendono i piccoli – rispondendo a un automatismo naturale, somigliano alla metafora, anzi alla cartolina, di un tempo biblico di sfaceli. Uno magari pensa, camminando e rimuginando tra sé e sé, all'albatro di Baudelaire, simbolo di una bellezza diafana e inafferrabile, ed ecco che arriva il colpo d'ala deciso, che reca appunto con sé l'innocenza di un istinto (nessuno tocchi i gabbiani) e la suggestione metaforica di una condanna.

Nemmeno la terra ci salva a Palermo, se scorgi le piaghe di certe cronache miserabili. Piaghe e non pieghe - non è un refuso – nelle giunture spezzate per pochi spiccioli di sostentamento. Cartoline dell'orrore e della violenza degli spaccaossa con tutto il materiale di scena: la stalla per mutilare, l'ultimo grido, il dolore di una umanità fratturata, qualche grammo di anestetico per alleviare l'indicibile.


Nemmeno il gioco ci salva a Palermo, se ti viene in mente che l'odore del prato, un pallone che promuove un finto marchio d'infanzia, possono essere portali magici, intervalli utili alla distrazione. Ti volti, cercando un mito, un eroe, un'impresa da narrare, ma rintracci macerie in liquidazione, i resti fumanti di un'epopea dolce come la brevità e nutri la paura che perfino quel giocare per un'ora e mezza senza pensieri si sia estinto, sia stato portato via, saccheggiato; chissà mai quando se ne riparlerà.

Nemmeno il bene ci salva a Palermo, anche se scruti, con gratitudine, i piedi attraversati da crepe e venature di Biagio Conte, il missionario laico che conduce il suo corpo al confine della sopportazione perché confida nel cambiamento dei cuori. Ma se Fratel Biagio deve ricominciare il suo cammino senza sosta, come le sue battaglie, vuol dire che siamo lontani, che siamo dispersi, che non accogliamo gli affamati, che non copriamo i nudi, che siamo i detentori di un'esistenza con le finestre chiuse.

Nemmeno Palermo salva se stessa. Ma è sempre stata così, lo sappiamo: un risveglio brutale col pentimento di avere creduto in qualcosa. Un inverno che ha inscenato effimere primavere.

Palermo è questa successione di buche stradali, di esistenze smerigliate che ci ostiniamo a chiamare città, mentre la attraversiamo, con la voglia di rincasare presto. E tutto quello che accade ha già in sé l'impronta di un luogo comune, la firma svolazzante di una cartolina che si manda agli altri per trovare qualcosa di buffo, per consolarsi della rassegnazione, per condividere l'allegria di un naufragio. Le nostre tristi cartoline.